L’odore di carne grigliata si mischia a quello dei campi nelle mattine d’inverno quando si scioglie il ghiaccio lasciato dalla notte. Sterpaglie umide, fango.
E’ l’odore del ciclocross.
Che uno si chiede come è possibile scappare per un po’ dalla psicosi della Vigilia, dalle rotonde affollate, le bestemmie intere o per metà gridate dai finestrini chiusi, dai clacson al verde dei semafori coi rossi eterni. Eppure i fettucciati gialli sembrano dei mandala disegnati sui campi ingrigiti da dicembre, i segni delle bici sul percorso assomigliano alle linee che abbiamo sulle mani e che dicono parlino del nostro destino.

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Il Cross della Vigilia è una tradizione, ma una di quelle alle quali ti affezioni senza volerlo. Prima pensi sia solo una data poi capisci che è qualcosa di più. In fin dei conti è davvero l’ultima gara dell’anno, una specie di punto fermo per abbracciarsi ancora una volta. Questo è uno sport così. Lontani per mesi e vicini in un attimo. Non c’è neanche da scusarsi, come nei migliori degli amori, come nelle amicizie rare. Ci si ritrova e basta, ci si parla come se non ci si fosse lasciati mai.

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C’è un cielo strano sopra la fila di montagne azzurrine in lontananza, bianche appena. “Mettiti bene il cappellino sulle orecchie, giù così” dice un nonno al nipote, “che dopo ti ammali”.
Non fa freddo. Ma le premure non conoscono temperature.
Esce il sole tra le nuvole sempre più striate contro l’azzurro, le ombre si allungano come se fosse già pomeriggio. La gente grida dalle cunette su e giù dal percorso. Vai. Ale, ale, ale. Tira. Allunga. Si sentono le urla che si perdono nel niente e poi si ripescano. Le zolle di terra che si alzano al passaggio, che segnano cento volte in cento modi diversi; le facce rosse per lo sforzo e poi questa cosa che non puoi mollare mai, che scendi di sella solo per prendere in spalla la bici o per saltare.

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Il ciclocross è così ancestrale e magico che a volte si fa fatica a capirlo fino in fondo. Un po’ come quando dici che è innaturale correre sul pavé ma ci hanno costruito sopra le più belle corse del mondo. Un po’ come quando pensi che non ce la farai mai e ci provi lo stesso. La bicicletta ci ripete a frustate che non esistono limiti. Che puoi andare più in là se solo sai annullare il dolore. O per lo meno conviverci senza farti dominare, senza distrarti dall’andare allo stesso ritmo, senza perdere lo swing.

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Un ragazzo inciampa in uno degli ostacoli, a volte la stanchezza è più forte di noi. Cade di faccia ma si rialza in meno di un secondo, come se non fosse successo niente. Impari che devi avere la capacità di reazione di un pugile sul ring. Non  importa in quale posizione tu sia. Poi il male esce dopo, poi il male sparisce. Ma non è che ti dimentichi di tutte le volte in cui hai sbattuto in pieno la faccia. A volte mi chiedo chi sia più forte veramente, se noi o le nostre motivazioni.

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Le ombre si allungano ancora di più lungo i campi, una scia bianca di un aereo attraversa il cielo e una bandiera delle Fiandre sventola contro il sole dorato del pomeriggio, che ha ancora qualche strano sapore dell’autunno. L’umido si mischia piano al calore tiepido degli ultimi raggi, forma quel vapore leggero che sale dall’erba. Un bambino seduto per terra con le gambe incrociate guarda gli ultimi giri con le guance rosse. Ha gli occhi piccoli che si chiudono, come di chi ha giocato e corso per tanto.

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Si sente la campanella in lontananza, i campi si svuotano, c’è una silenziosa processione verso l’arrivo. Fontana che impenna davanti a tutti, primo come da copione. Le facce tutte chiazzate di fango, l’erba impigliata negli attacchi e nelle forcelle, le ruote sporche e le gambe idem.

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Scende una di quelle sere dove il cielo è di oro e di sangue con gli alberi neri e spogli, avvolti a tratti dalla foschia che in un attimo si trasforma in buio. Una di quelle sere in cui è difficile mettere in ordine tutto. Forse non è neanche il momento di farlo.
Esistono sere in cui non ti chiedi niente, sai solo che devi andare avanti, restare in soglia anche se i battiti ti escono persino dalle orecchie.
Resistere. Tutti i perché li abbiamo già dentro, come la terra sotto il ghiaccio dell’inverno.
I solchi dei nostri sogni, nodi che si scioglieranno poi.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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