“Et vous? Quel est votre nom?”
“Miriam”
“Oh, c’est trés jolie!”
La signora ha un vestito a fiori decisamente poco adatto ai dodici gradi della sera di Bruxelles, dorata del sole del tramonto delle città del Nord che si prolunga languido come l’ultima carezza, quella che imploriamo non sia mai l’ultima.
L’oro e gli specchi.
La sfera dell’Atomium sbuca dagli alberi, straniante come una navicella atterrata lì per caso. Sventola la bandiera francese. Non c’è nessun caso, la linea di qualche strano destino contempla anche alieni di altri mondi: se solo sapessimo leggere la nostra mano, forse capiremmo che alcune linee coincidono spaventosamente ma realisticamente, tanto quanto può essere sconcertante la realtà.

A pensarci bene sono venuta a vedere corridori sui rulli: tra ieri e oggi quasi neanche un minuto di corsa. Nessuna tappa, nessuna finish line, un casino di chilometri e un casino di niente. Ma a pensarci bene fino in fondo, il cooling down è una cosa intima e anche bella, esattamente come nella vita, quando hai bisogno che tutto il dolore scorra via lento e a fiumi e ci sono solo pochi dettagli che possono riportarti al mondo. Forse quelli che stanno nello spazio di un istante: il ciclismo è uno sport che guardi negli occhi e in certi casi capisci tutto. Cola altro sudore sul vecchio sudore della corsa, sopra l’adrenalina come un balsamo che poi alla fine non placa niente: l’amore per la corsa è troppo forte. Punto. La solita sensazione che sia una cosa viscerale per la quale hai fatto tutto e hai dato tutto: le notti sveglio, gli allenamenti la mattina presto, la prima bici, la prima vittoria. Forse è quello che ti fotte, no? E’ così che ti viene fame e poi ancora fame, alla fine tu sai che per quell’estasi ti caveresti il cuore. E non c’entra il palmarès, non c’entra il prestigio o tutte quelle cose che al mondo servono inutilmente. E’ la competizione. Quando dai tutto per prendere tutto: non c’entra l’egoismo, è un’altra cosa, ma è profonda e insondabile come quello che non puoi spiegare. Ma so che è così che si vede la purezza di un uomo.

Il lunedì mattina in Belgio sembra domenica, i cavalli pascolano bianchi e tranquilli nei campi, i raggi bassi del sole trapassano le spighe di grano dorato. Penso che questo sarà sempre un posto perfetto per restare in silenzio a guardare le stelle anche quando non ci sono, fuori da tutto, da questo tempo e dall’altro. Ancora, mentre il gruppo va in una direzione e io nell’altra, ho quella la sensazione che mi abbiano staccato un braccio, come se ancora una volta questo sport mi voglia ricordare dov’è il mio vero posto. In fondo, l’amore per la corsa è troppo forte e abbiamo una missione sulla terra da compiere.
Il braccio poi torno a prenderlo che mi serve per scrivere ma il cuore – e tutto il resto – tienilo pure.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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