Loro dicono dodici chilometri, Google Maps dice tredici, io sinceramente dico milleduecento, perché la strada che porta a Valloire sembra una striscia infinita da fare a piedi e naturalmente non ci sono alternative per arrivare sul traguardo. Nel momento esatto in cui mi chiedo il perché, sto sorridendo e offrendo un dolce ai due della Gendarmerie. Gli dico una sola parola in francese, una delle tre che so, e il tipo si illumina. Faccio una curva e poi un’altra, tiro fuori il pollice per fare autostop, si ferma un ragazzo con sua madre che sta guidando un pick-up nero a piedi scalzi. Spostano delle cassette, fanno salire un papà con due bambini, una coppia di ragazzi. Sono sconcertata dalla gentilezza che torna come un uragano, ripenso a quello che sta facendo il ciclismo alla mia testa e al mio spirito, mentre Martin spiega una scorciatoia, tagliando per il bosco. Sei chilometri non sono propriamente una scorciatoia ma il vento canta tra i pini come se la corsa non esistesse. Non si sente niente, le creste delle montagne sul cielo azzurro, l’odore del grano tagliato che si mischia a quello dei fiori soffocati dal sole impietoso del mezzogiorno. E’ una condizione che conosco. Dentro nel tutto, lontano dal tutto. E’ una condizione che ciascun corridore conosce, alla fine. Quando sei al limite e senti ogni singola cosa ma allo stesso tempo sei lontano, lontano come in una navicella proiettato nello spazio infinito. C’è un filo come un cordone ombelicale dove scorre la vita, lontano da potersi toccare.

A Valloire non riesco a staccarmi dalla sedia del bar dove la gente guarda lo schermo e salta in aria ogni volta che Bardet muove una spalla. Guardo il Galibier che serpeggia sulla montagna, so quanto può essere cattivo, ho un ricordo orribile lassù: il tempo è passato, un sacco di cose sono cambiate. Bevo una Coca-Cola ghiacciata, il cielo si annuvola, danno pioggia, il Galibier è sempre la stessa quieta bestia, la corsa invece no. Sento il battito come quando corro lungo le transenne con la paura di non arrivare alla linea bianca, sento quel maledetto battito ancora, quando la transenna ce l’ho nella pancia e un tipo mi sta quasi dando una testata con il casco, quando sotto al podio un altro mi si appiccica quasi alla faccia e mi travolge. Mi chiedo quanto valga il momento qui. Sulle Alpi il dolore è dilatato quanto la montagna, così come la paura. Di essere piccola e invisibile in questa immensità che non puoi controllare.

Comincia a grandinare, gli idioti sotto il palco si disperdono come polli, una signora avvolge il suo cane sconvolto con la sua mantellina antipioggia. Lui alza le zampe come per arrendersi, ha gli occhi neri e rotondi, grandi. Chissà cosa pensa. Forse smette e invece no. Devo camminare sotto il temporale per otto chilometri o forse nove, lungo il Col du Télégraphe cupo come un libro di Stephen King, prima che un angelo si fermi a darmi un passaggio fino alla macchina. Per una volta non mi incazzo per niente: i nostri incubi sono ancora là fuori, a mostrarci i denti contro il finestrino dove gocciola la pioggia, là fuori dove lampeggiano i tuoni nei barlumi di luce delle montagne. Ma restano lì.

Mentre risalgo a chiedere un asciugacapelli alla signora dell’hotel, c’è un arcobaleno che spunta dalla montagna. Come una fontana, come una fiaccola. Il vento spazza tutto. I colori sono nitidi come poche altre volte.
Avrei giurato che anche stasera avrei chiuso gli occhi sul buio. Ma gli spiriti vogliono farci sentire al sicuro.

 

 

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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