C’è una Vespa azzurra parcheggiata all’ombra, un tipo che intaglia un tronco di un ramo con un coltellino come farebbe un apache con uno scalpo probabilmente. E’ solo il pennone di una bandiera: fa la punta, ci lega il tricolore. Tra gli alberi la gente si raduna nei picnic, qualcuno griglia, mentre le cicale gridano là fuori nel sole che arroventa le colline nel mezzogiorno che fanno da infinito filo conduttore tra paesini sperduti nel nulla dove le chiese sono strane e i bar sono quelli di una volta, con i giocatori di briscola che passano le eterne ore dei pomeriggi con i bianchini davanti. Forse i bambini qua, quando escono a prendere il gelato, chiedono ancora il Mottarello. Estate italiana. Il Fan Club di Battaglin mi salva sempre: mangio un piatto di riso freddo e un bicchiere di birra. Ma loro sono già altrove, pensano che forse Enrico vorrà una Coca-Cola fresca per questo o quell’altro passaggio. Io li capisco, è così quando vuoi bene: non pensi a niente altro, a quanto fa caldo o a quanto fa freddo, se hai fame o se hai maledettamente sete. A niente. Semplicemente l’altro diventa te. Io li capisco.
Il grano dorato è intatto contro il cielo azzurro, dentro ci crescono a piccoli sporadici mazzi i papaveri, la camomilla, i fiordalisi quasi scomparsi dalla faccia della terra. Qui la Terra è un pianeta a parte, sventola una bandiera nera con il simbolo dei pirati, tutti sanno a che veliero appartiene.

In fondo questi sono gli Appennini. Le salite lunghe e infinite, dove forse ti senti da solo come in nessun altro posto. Morto. Perso. Qualsiasi cosa ricordi un deserto in cui non sai più un cazzo se non che stai colando come quel maledetto Mottarello in mano a un bambino di tre anni. Ancora non so se la testa comanda le gambe o viceversa, so che sono legate indissolubilmente per qualche strano sortilegio che solo il ciclismo sa, e va bene così. Non so neanche cosa comandi quando stai andando a vincere da solo il Campionato Italiano dopo cinque ore sotto il sole cocente. Solo win. Una delle pochissime cose intraducibili. Solo. Quando andavamo in montagna portavamo un gioco di carte che si chiamava così: quando rimanevi con una sola carta avevi quasi vinto. Quasi. Sì perché poi c’erano sempre di mezzo un sacco di cose, tre turni come tre giri. Quasi vinto, è una cosa che da fastidio. Come ce l’hai quasi fatta o dai che sei quasi arrivato. Il significato di una vittoria in solitaria, nel ciclismo, è quasi paragonabile al significato della vita. Un sacco di chilometri a sfuggire dalle ombre e poi ti accorgi che quell’ombra eri tu.

Il fiume scorre come una piccola quieta ferita tra i ciottoli bianchi. Nei boschi tornano gli spiriti selvatici di queste aspre colline, animali eremiti solitari che appaiono con il buio. Sono già lontana quando penso che ogni volta che chiudiamo gli occhi dobbiamo essere sicuri di avere dato tutto.
I sogni hanno ancora messaggi per noi.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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