Storie di lunghi ritorni.
Ci vuole un po’ per capire che sei ancora tu, sono persino poche le vetrine coi palloncini rosa in confronto alla gente che sciama per le strade del centro in bicicletta. Ci sono andata piano, lo ammetto, oramai lo so che il primo giorno di Giro non si può prenderlo come mio solito, senza accorgermi che vado troppo veloce.

C’è il silenzio dei portici che assomiglia a quello delle estati in provincia, quando la gente va al mare e tre o quattro ragazzini giocano in piazza tenendo un ghiacciolo sciolto a metà. Una signora guarda fuori dai vetri di una pasticceria che sembra uscita dagli anni cinquanta, con il pavimento di graniglia e la maniglia della porta grande e dorata come quella delle nonne.
Il sapore di un frappè al mango, l’odore di bosso di un giardino pubblico e poi i bambini tutti in fila che gridano cento, cento, cento, l’asfalto che si squaglia nel sole di metà pomeriggio, gli ultimi venti secondi di Mirco Maestri, tutti lì in quella smorfia come a voler prendersi ancora tempo, ancora un po’. E’ bastardo così, lo odi e lo ami e lo odi. Ventidue secondi si frammentano, la volata scorre come sempre fino in fondo al rettilineo, qualcuno non torna nemmeno indietro. Grondano di sudore sui manubri, si verserebbero addosso persino l’aranciata ghiacciata.

Incontro persone che non vedo da mesi, un anno forse.
“Sei risbucata” mi dicono, “mi chiedevo dove fossi.”
Sinceramente non lo so nemmeno io. Ma è bello sapere che c’è qualcuno che sente la tua mancanza.
Guardo i coriandoli d’oro che brillano e si mischiano a quelli rosa sull’asfalto, si alzano a manciate, come capelli al vento, come farfalle. Una signora colombiana grida “Gaviria, Gaviria” in un piccolo altoparlante rosso, altri si accalcano sulle transenne, chiedono un selfie. Lui si avvicina, prende un telefono a caso e si fa mille foto con loro che allungano bandiere, gridano por favor. E’ così quieto per essere uno sprinter, a guardarlo in quegli occhi scuri non diresti che è uno che sfiora gomiti e transenne. Ma è così, la strada tira fuori il sangue e l’anima.
Sono tranquille le campagne a quest’ora, sfilano piatte lungo l’autostrada. C’è una cascina rossa e abbandonata, con un grande porticato sul retro. La vedo per un secondo, ci faccio su dieci fantasie. Sull’estate, sulle sere coi grilli a pensare al niente.
Basterebbe così poco.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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