Sulle scale ci sono i riflessi color arcobaleno che vengono da chissà quale vetro. Guardo Granada che si estende vegliata dalle sue montagne: lassù c’è forse l’ultima opportunità per ribaltare la Vuelta. Il giorno è cruciale e malinconico, l’ultimo qui, lontano dalla realtà eppure totalmente immersa nella vita come dovrebbe essere. A tutta, senza fermarsi, dormendo solo perchè si deve e non perchè si è stanchi. L’esistenza mangiata calda, gocciolante, con una fame perenne. 
Ora.

La strada che sale alla stazione sciistica è larga, a due corsie, curva dopo curva si estende la Sierra Nevada con le sue rocce brulle, rilievi su rilievi fino a perdersi in un mare di nulla. Pensare che in inverno, con giornate limpide come questa, si può sciare guardando il Mediterraneo all’orizzonte. Ma la neve adesso non c’è, quest’estate ha fatto troppo caldo persino qui, a duemilacinquecento metri, dove i ciclisti passano metà stagione. Ad abituare i polmoni all’altitudine, ad unirsi spiritualmente alla montagna ma anche a guardare in silenzio il tramonto. Per andare forte serve tutto, corpo e mente, saper gestire gli alti e bassi, il dolore e tutto quello che ci sconnette dalla sfera di noi stessi. Il sole è forte e il tempo scivola via senza che nessuno gli abbia chiesto di farlo, la sfida tra Roglic ed Evenepoel diventa serrata, la gente vive di queste cose, non sono le vittorie ad infiammarli ma la forsennata scalata verso l’estremo limite.

Primoz proiettato verso la vetta nuda e pietrosa che lui conosce come sé stesso, Remco a denti stretti in una furiosa difesa e poi Juan Ayuso e Carlos Rodríguez che dividono l’amore degli spagnoli tipo Mosè con le acque e li fanno sognare come bambini. Se adesso esiste un posto dove si può toccare il ciclismo è qui, nella top ten che si butta stremata sull’asfalto dopo la linea bianca, che chiude gli occhi per tentare di recuperare il respiro. 
Qualcosa luccica laggiù nella valle azzurrina mentre il Centro de Alto Rendimiento Deportivo si beve l’ultima luce del giorno.
Il vero traguardo non è forse l’inseguimento stesso?

Guido verso l’aeroporto mentre le nuvole formano una strada dorata sopra Almuñécar che sfila al lato dell’autostrada come una specie di isola magica nella nebbia lieve della mattina. Gli orizzonti sono immensi. Da qualche parte ci deve essere un tesoro nascosto che aspetta noi e ci manda continuamente indizi per trovarlo. Non sappiamo dove o come ma quello che ci rassicura è il sapere che esiste.
Più tardi, sulle scale per l’imbarco – dal nulla – si riflettono di nuovo piccoli frammenti di arcobaleni.

Secondo una leggenda irlandese, alla fine dell'arcobaleno c'è una pentola d'oro custodita da uno gnomo che veglia sul tesoro per impedire alle persone non meritevoli di appropriarsene. Arrivare fin laggiù significa percorrere una via fatta di molte sfumature; essa esiste ma non è di tutti nè vederla, nè crederci. Il dono attende chi ha saputo vedere il ponte ed avventurarcisi.  
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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