Sull’asfalto nero ci sono chiazze di ombra e di sole, dal bosco viene l’odore dell’autunno, di quando il caldo del pomeriggio secca le foglie e le castagne rotolano via dai ricci verso valle, lontano dalle mani dei cercatori di stagione. La curva Pantani è vuota. Sul ponte a tre arcate cresce il muschio verde e solitario e c’è una rete rossa, tipo quella dei lavori in corso. Forse era esattamente così prima. Esattamente venti anni fa, quando Marco vinse qui, senza nemmeno saperlo, seguendo solo la rabbia cieca della rimonta. Saltare quarantanove corridori per poi restare al comando, inconsapevole, anche di cosa sarebbe stato quell’anno poi. Un lampo di estasi in un Giro maledetto. Anche il Novantanove non se ne è mai andato, è lì come un coltello nel fianco del suo spirito: ancora nessuno è riuscito a toglierlo veramente.

Oropa è una salita di quelle che sembrano infinite: larghi tornanti per metà nell’ombra del fianco della montagna e pendenze aperte verso la valle dove si curva un cielo azzurro come non mai. Nessuna nuvola e le montagne che si disegnano nitide come in un quadro dietro la Basilica immersa nella luce quieta e languida di ottobre. Guardando il rettilineo finale con il pavé ho come la sensazione di aver già visto una foto con questa inquadratura ma non credo sia vero, o forse è una di quelle visioni che capitano di tanto in tanto e cercano di dirti qualcosa. Non so cosa. Ma quando l’elicottero scuote la tranquillità della montagna, mi sembra di avere davanti le due facce di questo sport, quella buona quando sei sul palco e quella crudele quando torni dietro le quinte. L’autunno fende con la sua luce le foglie gialle contro il cielo, dolce preludio al dramma. Scatta Egan negli ultimi due chilometri e gli altri corrono dietro a lui come i cani inseguono la lepre nelle mattine nebbiose, storti sulle biciclette, come se questa non fosse una salita, come una assurda volata in un posto che non ha niente a che vedere con la velocità. Resto sull’ultima curva, a immaginarmi sempre un finale diverso, uno che scatta e lascia lì tutti. Intenso fino al culmine e forse ancora più in là. A volare piccolo e solitario fuori dalla sua agonia verso la sola cosa che lo fa sentire vivo ancora.

Lo sai che anche noi abbiamo avuto il nostro cielo in una stanza, potevamo vedere le stelle e il sole assieme persino solo guardando il soffitto. Niente più pareti ma alberi, alberi infiniti, come questi da dove filtrano i raggi del sole come il respiro di un sogno. Sono quelle cose che il destino ci mette sulla strada per superare gli anni più neri, quando la strada è in salita e non ti puoi alzare sui pedali.
Adesso il cielo sopra i campi dorati è dolce come un’alba. Vorrei chiuderlo in una stanza per te.

 

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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