Anno 2019, marzo.
Scrivo dal gate 12 dell’aeroporto, non so neanche se sia il mio in realtà, visto che mancano tipo tre ore al volo di ritorno e io – dicevo – sto scrivendo su quelle inutili pagine che mettono sempre alla fine di ogni libro. Il libro naturalmente è di Jack Kerouac e, per una volta che mi servono, le pagine sono solo tre.
Due bambini giocano a fare il limbo con le strisce della sicurezza. Sono carini, gli dico ciao con la mano: in fondo la differenza di lingua non può dividere quello che è unito da sempre. Forse è così anche per il ciclismo, tra le altre cose.
Sparano una macchinina lontano come un missile poi se ne vanno.
Mi sento estranea a tutte le altre vite, persino alla mia.

Guardo la pista e, mentre atterra un aereo nell’ultimo luccicante sole, penso che là fuori forse c’è lo stesso vento del Kwaremont nel tardo pomeriggio e penso al silenzio dopo il rumore, tutto nel giro di un attimo, come sempre. Attraverso la collina e vedo la gente che si sposta da una parte all’altra per vedere il passaggio sulla statale, proprio come nel ciclocross. Un cazzo di quadro corale nell’immensità raccolta di questo paese che ascolta questo sport come la messa alla domenica. Li seguo ma poi mi fermo: aspetta, a me non frega un beato niente della quantità. Mi interessa la qualità. Ci sono quelli che restano ad applaudire gli ultimi che digrignano i denti da soli, su quella strada che non ha niente a che vedere con l’inferno o con il paradiso. E’ una strada.

Ho una stupida paura di schiacciare qualche vipera nell’erba alta ma poi ripenso al morso dell’ortica nei fossi. Cavallo Pazzo è sempre lì, nero come i suoi occhi nella battaglia, si alza con questo vento dorato della campagna di primavera. Forse mi dice qualcosa ma io non lo capisco. Sento mille sogni spezzati dei mille sogni di cose che ho voluto veramente. Brillano al sole come vetri in frantumi. E’ così che ci si sente quando la vita ti fa capire le cose nello stesso modo che usa il ciclismo: dolce e terribile. E’ cruda e tenera questa luce del Nord mentre la gente torna a casa prendendosi per mano e forse si chiede cosa cucinerà stasera o chi attaccherà per primo, passando dai camper semi vuoti dove sventolano le bandiere e i carretti che vendono le frites sono tristemente chiusi.
Gridavano di aver visto Wout, Wout, il loro Wout, mastino dagli occhi di ghiaccio che hanno cresciuto stagione dopo stagione, a pane e freddo e cross. Il loro figlio prediletto come un pazzo lungo la canalina, proprio lì dove cerchi di evitare il dolore, quando sai perfettamente che il dolore ti spezza ma ti rende libero. E’ così che vinci anche se sembra a tutti che stai perdendo: fiato, posizioni e la corsa, certo. Maledetto dolore, è così che vedi più chiaramente, esattamente come la visione più chiara che esista.
E’ questione di tempo, diranno loro, guardando il maxischermo sotto la chiesa con la birra in mano, dopo averne versata a fiumi, schiumosa come la rabbia di essere sempre a un passo dal tutto. Saranno anche bravi a illudere ma, un po’ come tutti i buoni genitori, hanno la loro parte di ragione; d’altronde gestire l’istinto è una cosa talmente delicata che nessuno ha ancora capito come fare. Imparerà anche lui, si dicono mentre tornano nelle loro case. Ogni belga sa che nessun muro è semplice, che in ogni caso bisogna cercare di fare entrare tutta la luce possibile.

Stranamente non riesco a dormire. Penso a milioni di cose senza senso. Le città sono grumi luminosi dal finestrino dell’aereo, non mi capacito mai di come tutto assomigli a un villaggio della Playmobil, uno di quelli che da piccola avrei dato due reni per averlo. Le strade sembrano rotte laggiù, ma chiunque sa che anche dove non arrivano le luci, la via esiste comunque.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

7 risposte a "Boulevard of Broken Dreams"

  1. Ammetto di aver cliccato per il titolo, che mi ha – ovviamente – fatto pensare alla canzone dei Green Day ^^’
    Tuttavia, leggendo l’articolo, credo di aver scoperto un nuovo blog che potrei seguire… 🙂

    1. Ma che bello! Grazie! In fondo è un diario, parlo di ciclismo certo ma anche di un sacco di altre cose che questo sport evoca nella mia vita e in quelle di molti. Spero che vorrai viaggiare con me ancora, la stagione è lunga 😉

  2. La nostra Miriam ci porta in giro per mondo come fossimo una squadra. Il viaggio, il volo, i luoghi, le abitudini, la corsa, la gente…. e sopratutto le emozioni. Le sue si rifrangono come la luce nel prisma, e i colori accendono l’avventura di quei momenti. Come non seguirla?
    😊

  3. Guardate che questa, qui, la Miriam dico, ce ne sono pochi/e così, anzi, proprio non ce n’è, così, come la Miriam, che ti fanno sentire e provare quel che sentiresti e proveresti tu, ad esser lì, dove c’è la Miriam, a cogliere l’attimo, l’essenza, con quel rispetto e quell’incanto lì, della Miriam, ecco. Ciao Miriam. Da Paolo e Stella.

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