Le foglie turbinano in strani mulinelli là fuori, le Grigne sono pulite dal vento, uno strano e insolito vento. Di andare al ciclocross non ho voglia neanche il due per cento. Oggi, ieri e l’altro ieri. C’è il sole, quest’aria che asciuga tutto e questa specie di spleen che mi è tornato addosso per non essermi occupata mai del presente e per mille altre cose. Come una specie di pugno allo stomaco.

 

Fuori gli spiriti soffiano tra gli alberi secchi e spogli che vegliano la conca di Lurago, tra le stoppie ci sono le pannocchie svuotate dagli animali del bosco, residui di neve tra l’erba alta e gialla e secca pettinata dall’aria gelida della mattina con il sole. Pure il sole. Che questo posto l’ho visto con mille facce, è sempre lo stesso. Il Joe era così orgoglioso di questa corsa, l’ha sempre trattata come una dannata figlia, ribelle e devota come questa disciplina sa essere, le mani così ruvide e lo spirito così caldo. Forse è per questo che mi sono alzata oggi. Pensando a quell’anno in cui non aveva potuto organizzare la gara ma aveva invitato tutti a mangiare il panettone. E tutti erano venuti. Che uno dice: sì, ma la Vigilia ho altro da fare. Ma tutti erano venuti.

C’è odore di fritto e di piastre in cui scaldano salamelle dal 1970, i ragazzini in tuta che si arrampicano sugli alberi come scimmie si mischiano ai cumenda in cappotto e sciarpa blu che parlano al telefono.
No, sono qui a Lurago che c’è il ciclocross della Vigilia, è una tradizione…Poi arrivo…
Se uno ci tiene alla vita, non gliele deve toccare queste tradizioni ai brianzoli, cose sacre, perché non importa a quale piano dell’esistenza sei arrivato, il pane e salame sarà sempre il cibo più buono del mondo.

Le ombre si allungano sui campi del mais tagliato a metà da mesi, rimasto lì a meditare sull’incompletezza mentre l’inverno stringeva piano la sua mano su di lui. Imperterriti soldati rimasti in piedi per miracolo.
Siamo noi?
I ragazzi sono figure nere contro il sole e il cielo azzurro, le fettucce frustano il pomeriggio, sventolano nell’aria come bandiere e da dove lavano le bici si levano segnali di fumo, l’acqua che evapora in nubi ataviche e bianche. Non mi piacciono le corse così, dove uno tira per tutto il tempo e poi si sposta per lasciare vincere l’altro. Gli ordini di scuderia non sono mai stati nelle mie corde. Lo spettacolo ha bisogno della verità, è per questo che il ciclocross resta in un’epica bolla spazio-temporale, come se fosse la nuda disciplina senza veli, la primaria grezza bellezza generatrice di tutto.
Dietro, gli altri inseguono e lo sanno già che è inutile ma nessuno si deconcentra dalla sua personale fuga, dalla gara, dal ritmo: guai a perderlo, guai a pensare che sia inutile. Con questa mentalità è meglio che la bici la vendi, ci guadagni di più.

Qualcosa come cinque semafori e tutti rossi, mentre il cielo è un piccolo incendio laggiù, la fine del mondo, rosso come rossi i fari delle macchine che guidano verso i cenoni. La prosa ha bisogno di sciogliersi con l’esistenza, una cosa che annulli tutti i maledetti muri di cui siamo colpevoli. Il come non ha una risposta.
Spero solo sia l’ultima volta che mi metto a scrivere queste cazzate.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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