Le colline sono immerse nella foschia della mattina piovosa. Così grigio il cielo, così verdi i prati che separano un casolare dall’altro, alti fra le Crete, vegliati dai cipressi neri come guardiani. Sotto a un ponte c’è un fiume gonfio e rabbioso, colore dei fossi nelle giornate peggiori, un borgo quasi deserto e un volo di corvi neri, improvviso come una poesia, come un ricordo di altri ricordi.
Gli sterrati sono deserti come deserte sono le chiese sconsacrate e le cascine agli incroci delle vie, in un attimo fuori da tutto in un modo in cui vorremmo essere.

Le strade bianche sono lingue di fanghiglia che girano attorno ai borghi, niente polvere e nessuno sa dire se sia meglio o peggio, son bastarde comunque ed è la loro bellezza. Una maledizione, come troppo spesso succede nel ciclismo.  Le ammiraglie passano, sollevano le pozzanghere fino ai paraurti, un breve tsunami e poi di nuovo quiete. Non c’è nessuno, nemmeno il passaggio riesce a rompere il silenzio monacale delle colline, è un inferno dentro forse, non fuori di certo; come tutte le volte in cui crediamo di decifrare qualcosa e invece sbagliamo. Sono già tutti neri di fango e questo è solo il tratto numero quattro: i fuggitivi, ombre contro i fari in lontananza e poi gli altri, a gruppetti o ultimi. Quanto devono sembrare immense queste colline ad affrontarle da soli, inseguiti dalla tentazione di arrendersi che tanto, alla fine, tra i primi ci arrivi solo nei sogni.

Scorre l’acqua nei fossi e l’erba si impasta nella terra molle di pioggia dei vigneti, continua a piovere ferocemente anche verso Siena mentre aironi bianchi pascolano come galline ai bordi della strada. Ci sono cose che sembrano visioni dal tanto che sono assurde e belle anche: ma gli aironi sono veri, come il sole a Piazza del Campo, velato appena dalle nuvole mentre l’odore di frittura invade i vicoli e la gente forma crocchi attorno a una piccola bottega che vende tartufo fresco e ha una televisione che trasmette la diretta della corsa. Wout Van Aert continua ad attaccare e a me sembra di non aver mai smesso con il ciclocross, di vederlo ancora a tutta sui rettilinei, là come qua. Mancano trenta chilometri, forse meno, poi venti e il maxischermo si spegne. Nero. Adesso la corsa devi immaginartela. Sentirla. Santa Caterina e l’ultima sua frustata, la sofferenza e la beatitudine, sempre così per il ciclismo e la sua religione. Tiesj Benoot è un vincitore che nessuno si aspettava e invece Wout, lui sì, lo sapevano che oggi era il suo giorno, così ragazzino eppure così abituato a volare nel fango, a vincere di prepotenza, con quello sguardo sempre affamato. E forse è così che sembrava a prima vista, a guardarlo dopo la linea bianca, steso per terra, a piangere e a cercare aria per respirare, infangato fino alle ginocchia, attorniato dai fotografi e dalla gente che diceva di spostarlo, di toglierlo da lì che arrivavano le macchine, lì in mezzo non ci poteva stare. E lui che non sentiva niente, niente di niente a parte il dolore o quel sapore stronzo di non avercela fatta nonostante ci avesse provato come al solito, cattivo al limite dell’agonismo.

Ma quello che era successo l’ho capito dopo, dopo averlo visto sul podio mentre si passava le mani sugli occhi che lacrimavano e bruciavano per tutto il fango e la pioggia insieme. Ho visto dopo il video di lui al culmine di Santa Caterina che prova a mettere un piede a terra, a fare la salita alla sua maniera, come se fosse in un qualsiasi circuito di Coppa del Mondo, come se fosse un fuori soglia qualunque. Ma non c’è stato nessun rilancio per risalire in bici, nessuna rimonta, niente. I crampi o l’immensa fatica lo hanno sbranato. Non è un circuito, Wout, non lo fai in un’ora a tutta senza guardarti indietro. Ma non importa. Non fa niente se quando non ne hai più ti guida l’istinto, è normale se quando ti senti perso ti aggrappi ai soli gesti che conosci davvero. Niente, niente importa quando le regole vengono sovvertite, quando fai qualcosa che nessuno aveva mai fatto. Santa Caterina a piedi: una cosa da rocker in una corsa che più classica non si può.

Mentre guardo i coriandoli dorati annegati scintillare nelle pozzanghere di acqua e di vino, penso che in fondo siamo tutti da soli contro i nostri demoni, che passiamo la vita a pedalare fuori soglia senza sapere se servirà davvero oppure ti spezzerà in due prima di toccare la linea bianca. A volte ti viene da piangere, a volte ti senti forte come se dovessi spaccare il mondo, a volte ti chiedi perché.
Ma nessuno ha mai detto che questo viaggio abbia bisogno per forza di risposte.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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