La mattina di Marsiglia ti sbava addosso la sua aria afosa e immobile, assieme all’odore della città e dei suoi marciapiedi nel caldo torrido. Per strada ci sono materassi, ciabatte spaiate, bucce di patate o che altro. Sui gradini sporchi delle case ragazzi magri e giallognoli reduci della notte fumano guardando il traffico di macchine e pullman che si ingorga ovunque.
Il mare è troppo lontano oggi. C’è il rettilineo appena dopo lo stadio, tutto piatto per tre chilometri e più fino alla curva dove c’è una statua che si erge sulla rotonda. Una copia del David totalmente anacronistica, come mille cose di qui. Bianco sul cielo bianco senza respiro. Ci sono chiazze d’ombra e dall’altro lato villini tranquilli chiusi nei loro giardini con i pini marittimi e le palme. I marciapiedi qui sono stati ripuliti, ci zampettano rispettosamente i cani e i piccioni. Da un parchetto ombreggiato e senza panchine escono due gendarmi con i mitra, si avvicinano, chiedono da dove veniamo. Italia. Sorridono, miracolosamente gentili e raccomandano:
Filles…faites attention. Vous etes a Marseille!
E fanno segni come per dire di stare attente a noi, agli zaini, a tutto insomma. A Quarto Oggiaro la vita è più quieta, credo.

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Il rettilineo è quasi deserto, per ora. Passano le madri con le borse termiche e i figli che tengono sotto braccio materassini gonfiabili o giocattoli da spiaggia. Vanno al mare sotto il sole cocente delle prime ore del pomeriggio. La focaccia del pranzo era un sasso, ne ho mangiato il formaggio e ho tenuto un pain au chocolat come riserva in caso di calo di zuccheri. Fortuna c’è l’aria che salva, arriva a tratti, muove le chiome degli alberi. A guardare verso il cielo sembra tutto un altro mondo.
In cronometro sei solo per davvero, neanche il tempo è dalla tua parte. Passano e ritornano, come in una staffetta, di qua e di là dalla strada. All’andata perfetti, al ritorno scomposti, lucidi, con il solo pensiero di mangiarsi ancora un po’ di secondi, in qualsiasi modo, prendendosi anche un po’ di quel fluido che viene dalla gente, a volte fa bene, a volte non lo senti. Il rumore lo spacca il muro della concentrazione? Chi ha la chiave in quel momento?
A tre chilometri non c’è quasi nessuno, il silenzio si riprende il suo spazio.
Il rumore delle moto, il fruscio delle bici, le mani aggrappate alle appendici, la voce profonda delle lenticolari. Quando mi sono innamorata di questa bellezza? Forse riesco persino a ricordarmelo.
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Il tè ghiacciato scivola in gola come una benedizione, là attorno alle transenne c’è lo striscione che indica l’ultimo chilometro, la gente che incita gli ultimi che sarebbero i primi. Landa che ha fatto un miracolo e mi sembra di vederlo con i suoi occhi neri, a tratti indecifrabili, sotto le sopracciglia scure. Faremmo di tutto per un’altra maledetta opportunità.
Ha vinto Bodnar.
Cosa?
Lo so da Twitter perchè il maxischermo inquadra solo Froome, il Tour è suo oramai. Maciej Bodnar che è l’incarnazione nostra, di quando non riusciamo a smettere di inseguire qualcosa perché sappiamo che quando abbandoni perché sei stanco, perdi. Perdi da fallito. Tentare è l’arte più grande di tutte: ci vuole coraggio, ci vuole resilienza, ci vuole pazienza ed è così difficile trovare queste doti tutte insieme. E’ così che Marsiglia disintegra quei duecento metri di Pau che non erano andati giù neanche con la forza, quel gruppo a mille all’ora che lo aveva superato come da copione in un’impresa che forse non sembrava potesse avere un finale tanto scontato.
Forse all’inizio sembra assurdo ma, nel bene e nel male, il ciclismo sa cosa serve davvero ai suoi uomini per imparare a combattere senza aspettarsi niente fino al loro ultimo dannatissimo respiro.
E’ una lezione.

Ora è la Provenza che sfila dal finestrino, il tardo pomeriggio in fuga da Marsiglia verso casa. Ci sono gli alberi bassi e i casolari nei campi un po’ ingialliti da luglio, la radio che trasmette R&B francese. Prende anche dopo il confine, quando Imperia è già nel buio e la costa ligure diventa un rosario di lucine, i paesi sulle colline grani di preghiere. E’ l’una passata nell’autogrill deserto. Fin troppo presto, Milano a trenta chilometri appena. Non mi fa paura la notte, sono le mattine ad avermi fregato sempre, ti riconnettono alla realtà in un modo spaventoso.
E ora che sono un gatto in bilico su un cornicione sopra l’autostrada che sa di caffè e disinfettante per bagni mi chiedo se ci sia davvero la nostra buona stella da qualche parte, se serva davvero tutto questo buio per vederla.
Le nostre gambe sono remi spezzati.
Buonanotte. E svegliamoci tardi domani, ti prego.

🎧 I Ministri – La nostra buona stella (2013)

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on ““La nostra buona stella” [EP V – TDF 2017]

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