Specchi.
Mi piacciono le risaie quando c’è bel tempo, quadrati di terra che riflettono il cielo azzurro, le nuvole bianche e spumose di metà mattina. C’è un trattore sonnecchiante e senza guidatore che sembra affondare lentamente nell’acqua immobile. E un volo improvviso di un airone, un’apparizione di pochi secondi come uno di quei guizzi in salita. Lungo la strada tutta piatta che porta a Oropa ci sono nastri rosa nel vento, palloncini, striscioni, un castello e una campagna di sole che sembra dire che ogni giorno è un altro giorno. Nella vita passiamo il tempo a ricominciare, anche quando non ce ne accorgiamo.

La montagna Pantani è il simbolo del niente è perduto. Storia di una rimonta inconsapevole, di quando non ci credi più però non ti arrendi. Ci sono le bandiere gialle e nere che sventolano nell’aria fresca e contro l’azzurro. La curva del Pirata, la curva di Marco. Un signore con la maglia della Mercatone Uno si ferma e racconta una storia, la sua storia su quella maglia. Non riesco a sentirla ma so che gli vale un bicchiere di vino. Sangiovese, per forza.
oropa marco pantaniSuccede così, il ciclismo consacra un luogo e la gente ci va in pellegrinaggio, si ritrova dopo anni come se fossero giorni o addirittura ore. Il santuario in cima, come succede spesso, protezione materna per una strada che amica lo è raramente. Non prende il telefono, ti abitui a non guardarlo più, a lasciarlo nella tasca dello zaino, a guardare il Piemonte azzurrino là in fondo e a renderti conto che ogni tanto va lasciato tutto fuori, a patto che dentro resti l’importante. Della salita mi piace il cuore o niente, l’arrivo racconta così poco della strada percorsa, specialmente per i primi, che dimenticano la fatica con la felicità, si trasforma tutto, resta la vittoria e poi basta. Della salita mi piace ritrovare il guardrail (e gli amici) di tre anni fa, la curva dei trecentocinquanta metri che è diventata la nostra di leggenda. Restare lì in mezzo coi gomiti larghi per tenere il posto, con l’aria umida che sale dal bosco su per la schiena e il sole che va e viene. Impari qui le cose sacre come l’attesa o la pazienza: l’angolo migliore te lo guadagni se arrivi per primo e se hai il tempo e la costanza di restare lì, di non abbandonare il comando. Non ci sono scuse.

Un signore urla ad un amico che è rimasto dall’altra parte della strada e delle transenne che qui è come stare in tribuna, invece loro sono in curva. Che se vuole gli vende il biglietto, trecento euro.  Scherzano e intanto si aggrappano a tutti quelli che hanno notizie della corsa, non molte in verità. Per qualcuno c’è ancora via la fuga, un altro dice che c’è gruppo compatto. Diverse correnti di pensiero, tipico della montagna, delle ore che passano così, come se l’orologio ticchettasse più forte del solito. La strada si svuota dalle bici, la gente fa la ola ad un pazzo che tenta di saltare la transenna come la pubblicità dell’olio cuore nonostante ci sia mezzo burrone dall’altra parte. Salgono. Arrivano. Si sporgono, gridano nomi a caso, la maglia rosa, Quintana, Landa. La montagna è il solito boato, la gente che urla e si sporge come se li volesse seguire. E’ il sangue del ciclismo che scorre fino al suo cuore, il rapporto tra chi soffre e chi sostiene, così fragoroso e intimo, così vero ed eterno. Così, fino alla fine, vivaddio, perché le ultime curve della montagna se le meritano tutti. Qualcuno da il cinque, altri non riescono a staccare gli occhi dal manubrio o da chissà quale punto fisso dove buttare l’ultima fatica. Nessuno osa scavalcare prima del fine corsa, strano ma vero. E’ Oropa che fa un piccolo miracolo, una benedizione per ognuno di loro.
oropa giro 100 Poi tornano tutti su, come una processione che sa di birra, di asfalto cotto, di frizione delle auto che sono salite e cominceranno a scendere.  Il pomeriggio spennella chiazze di sole sopra il prato davanti alla Basilica, immensa e grigia e immobile contro le sue montagne. C’è un tratto ancora più duro dopo, me l’ha detto un signore alla transenna, una strada stretta che sale ad un rifugio. Più di duemila metri. Non è mai finita anche quando sembra finita.
santuario di oropaRisalgo e mi schiaccio contro la gente per rifare le scalinate, qualcuno si arrabbia e oggi più che mai lo trovo assurdo. Stasera non è una di quelle sere in cui avere fretta, per una volta. Va bene anche stare in mezzo a questa ressa, a qualche bambino assonnato che parla di ciclismo come gli adulti, che vuole stare sulle spalle del papà per vedere le ammiraglie che scendono a valle.

La verità è che sei ancora qui, dove la Basilica ha vegliato il tuo arrivo da vincitore inconsapevole, nell’odore dell’ombra del bosco di questa salita. Falliremo ancora, sbaglieremo tattica, ci faremo fregare dalla sfortuna, cadremo senza motivo e ancora guarderemo i sacrifici bruciarsi per una giornata sbagliata. Ma prego la strada che ci tenga aggrappati a lei come una madre, che niente ci stacchi da quello che amiamo. Prego la tenacia, la pazienza, la perseveranza di non andarsene mai.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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