Le domeniche mattina in Belgio, quando c’è la Ronde. Dicono che qui il ciclismo sia una religione, dicono che sia solo poesia e basta. Non si può dire che è lo sport nazionale, non si può dire niente, forse nemmeno provare a spiegare. Il canale di Anversa è blu come il cielo delle belle giornate. E il sole fa brillare l’orologio della Cattedrale e tutte le cornici dei palazzi che si affacciano sulla piazza già gremita. La gente si arrampica sulla statua della fontana di Brabone, si arrampicano come il ciclismo insegna: la posizione migliore a costo di tutto. Milioni di cappellini gialli: c’è scritto Ronde sopra. Nero su giallo, come il leone delle Fiandre. Come le bandiere che sventolano sopra le teste, in cui si avvolgono i ragazzi con i bicchieri di birra in mano.


Le domeniche mattina così, in Belgio, quando c’è la Ronde. E i bambini recitano a memoria il nome dei loro idoli come un rosario. E li aspettano, hanno occhi come stelle quando li guardano. Il concerto gratuito migliore di sempre, una Woodstock del Nord con i corridori sul palco e il pubblico che di sicuro li afferrerebbe come le rockstar se solo a loro venisse la pazza idea di buttarsi.

Il Geyser Sound per Tom Boonen, idolo indiscusso, icona sacra di cose sacre. Tommeke su tutti, amore senza escludere nessuno certo ma senza paragoni. Tutti loro sanno quello che ha fatto Tom per loro, tutti sanno che chiuderà tentando la leggenda. La sola cosa che poteva fare per non smentirsi, per restare un semidio per sempre. Tommeke come ad un concerto. E la musica a tutto volume, il boato della gente che la sovrasta.

We found love in a hopeless place. We found love in a hopeless place.

E’ vero, abbiamo trovato amore in un posto senza speranza. Dove arrivi in cima senza fiato, pensando di aver finito tutto e invece ce ne hai ancora. Perché ci sono le bandiere che sventolano e la gente che grida e che balla, che alza le mani come in una serata in discoteca. Abbiamo trovato amore e ci siamo persi e ritrovati qui. Scavalco due transenne come ai tempi d’oro, ci passo sotto, finisco in un fosso e mi aggrappo alle ortiche con il polso. Eccolo il tuo segno Kwaremont, appena sopra il tatuaggio. Me lo sento come un morso, come il sapore agrodolce del ketchup sulle frites. Il passaggio e la pelle che mi brucia come se l’avessi passata sull’asfalto. Pulsa come un cuore, come cento piccoli cuori stronzi e impazziti. Ancora più vicino, di nuovo, ancora un po’. Eccoti Kwaremont. E’ la seconda volta, mi hai fregato come se fosse la prima. Il rumore delle biciclette sconquassate dalle pietre che si mischia al resto. Ognuno cerca il suo, ognuno lo trova. Mi spiace lasciarti come non dovessi rivederti più. Mi spiace andarmene via. Mi spiace davvero.
Scorre il Belgio dal finestrino e io non voglio. L’arrivo non mi basta, non mi basta sapere che ho ancora tre ore per tenere lontano tutto. Ci sono i cavalli che pascolano lucidi e tranquilli sotto il cielo azzurro, la gente che va su in bici sul muur per vedere il passaggio, per tenere le bandierine in mano, per gridare fino a che la festa sarà finita e rimarrà solo l’odore di birra sui prati. Il ciclismo mi dice così ogni volta, mi chiede perché mai me ne devo andare, di rimanere ancora un altro pochino. Rimarrei per sempre, giuro. Ci vorrebbe solo un po’ di coraggio. Ma dove lo scovi adesso il coraggio?

Gilbert parte da solo. I belgi son contenti uguali, fiammingo o vallone, alla fine c’è la bandiera di mezzo, non è che si sta troppo a discutere. E c’è questo silenzio così surreale che non ci puoi credere. Il rettilineo d’arrivo controsole che quasi brilla nella luce del pomeriggio. Le diciassette e qualche minuto. Neanche un chilometro e il vuoto di questi secondi che passano lenti. Quella sensazione che hai sempre, quando si prepara tutto alla tempesta, perché sai cosa succede alla fine, sai che il fiume rompe gli argini. E succede davvero, succede che passa tutto in pochi istanti come sempre, anche se ti accorgi che vivi per quello, per quell’adrenalina lì, subito prima o subito dopo. Passa tutto. I bambini che si sporgono e chiedono le borracce che volano sopra le loro teste. Le ultime. Bottino dei ricordi di una domenica di festa in Belgio. Per il resto, i muur ti triturano le ossa e la testa e tutto. Non c’è spazio per chiedersi come sia andata. Se non sei arrivato primo hai solo voglia di andare sotto la doccia, di metterti le cuffie, di tornare in hotel.

Abbiamo trovato amore in un posto senza speranza. Ti piega in due, non sai neanche se avrai una rivincita, se potrai dimostrare di saper correre meglio, di saper essere quello per cui sei nato.
Abbiamo trovato amore lo stesso.

Sento ancora il morso dell’ortica mentre i tetti delle case si disegnano come ombre nella campagna tutta diritta sul cielo chiaro di ultimo tramonto che si prepara alla notte. Sento ancora il marchio che mi ha lasciato il Kwaremont che adesso starà ritornando alla sua vita di sempre, come io dovrò tornare alla mia. So quanto può essere corta un’ ultima notte. So che a me non basta mai dire le cose belle che sento, è la mia croce, la mia fame perenne che non riesco a zittire.
Abbiamo trovato amore qui.

SULLA RONDE VAN VLAANDEREN 2017:
♥ Nuvole.
♥ Ronde Van Vlaanderen 2017 | PHs
♥ Ronde Van Vlaanderen 2017 | Travel Report

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 replies on “We found love in a hopeless place

  1. E’ proprio come esserci, Miriam, sul posto, ogni volta nel leggere, qui. #eternamentegrato #poesiapura #daje ! [credimi, vuol’essere un complimento, sei l’erede di Claudio Gregori, ah sì, non c’entrano Lillo e Greg, neh!?]

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