Le nuvole sono bianche come spumiglie e appena grigie sopra le case di campagna con i tetti spioventi e i mattoncini rossi. Scorrono dal finestrino, con i loro campi tranquilli, di quel verde che è così verde solo quando ha smesso di piovere da poco. Screzi di azzurro. Nuvole sopra il Belgio che rivedo dopo un anno e niente tra noi è cambiato. Le mucche pascolano tranquille, ogni tanto c’è qualche agnellino che corre in mezzo alle pecore che brucano nei recinti.

La strada per il Kappelmuur taglia in due il cuore di un paesino che forse turistico non lo è per niente ma ha uno di quei castelli di qui, che sembrano di fate. De Muur. Lo chiamano in mille modi ma quello giusto, per i belgi, è Geraardsbergen. Nomi duri come queste pietre che sono larghe e sconnesse, totalmente inadatte alle biciclette. Eppure questo è un tempio, che sale per una lingua breve di sentiero, una sferzata che non ci credi possa fare così male in così poco tempo.

Hanno questo odore le leggende, allora: di bosco, di umido che viene dai cortiletti delle case vicine, ai piedi della salita; di resina e di pini; di birra, di patatine fritte; di pozzanghere appena asciutte. C’è la cappellina in cima e nuvole gonfie come vele negli screzi di azzurro lasciate dal tempo che non vuole acquietarsi. E’ aperta per metà, fuori le voci e dentro il silenzio. Le vetrate a dividere un mondo che in realtà, ha sempre vissuto in simbiosi. E’ tutto sacro qui, sono le volte in cui ti viene da credere per forza. Da chiedere miracoli. O semplicemente una benedizione, forse basta per i nostri viaggi scriteriati, non solo quelli fatti di chilometri. Scrivo due righe sul libro aperto, guardo tutte le grazie ricevute.
Il Fiandre deve il suo cuore a questo posto. E’ rimasto qui e adesso torna a riprenderselo. Uno strappo secco che ti sega in due le gambe, ti sega l’anima. E quando arrivi in cima lo sai che devi ancora soffrire, eppure ti sembra di aver raggiunto un pezzo di paradiso.

Nuvole, vanno e vengono. Alle tre del pomeriggio si portano via l’azzurro, torna il cielo del Belgio, bianco e senza umori. Ci volano sopra i gabbiani, vengono dal mare, sfiorano la passerella lungo il canale di Anversa. Penso a quanti chilometri si possono fare in un giorno, volare un po’ più lontano, stare tra terra e cielo, sapere che basta così poco per vedere il sole. Penso che quando te ne vai, anche per poco, ti seguono solo le cose più importanti.
Volano i gabbiani sopra l’acqua grigio azzurra dei giorni incerti. Lo so cosa vuol dire, stare in bilico così.  

Anversa non è una città di mare, è una di quelle del nord che sembra uscita da un racconto. Le case alte, vicine, con i cornicioni d’oro e le finestre con gli infissi colorati e le vetrine delle cioccolaterie e le bici legate ai lampioni lungo l’acciottolato del centro. Sventolano le bandiere gialle con il Leone delle Fiandre, la gente si accalca nei negozi con gli scaffali colorati dalle birre. Sono i riti della vigilia. E’ il Belgio di cui ti innamori senza accorgertene, come succede con gli amori più veri. Torni a casa e ti accorgi che ti manca, ti manca davvero.

C’è una torre qui a Lier con uno strano orologio che sembra quello di Mago Merlino. Ha una sua storia, l’avevo anche letta e me la sono dimenticata. Per stanotte me la invento io, come al solito, come sono abituata a fare fin da quando ero bambina e disegnavo prima di andare a dormire, raccontando cose. Forse il destino non esiste, ma di sicuro cominciamo da piccoli ad essere quello che siamo.
La luna fa capolino appena dalle nuvole nere sopra il nostro hotel che sembra un piccolo castello, tutto di mattoncini rossi, con il cortiletto deserto e un lampione in mezzo. Tu mi racconti le tue storie, Belgio. E io le mie. Forse sarà una lunga notte ma alla fine è sempre così per quelli che si rivedono dopo tanto tempo: vorrebbero fermare le ore. E forse quell’orologio strano là in piazza ha davvero qualche specie di potere, una magia come quella del ciclismo, che sa dilatare tutto in un solo istante. Cose che ti puoi tenere in un pugno e stringere forte.
Tenerle strette senza lasciarle più.

SULLA RONDE VAN VLAANDEREN 2017:
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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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