Stare in mezzo. Al centro. Nel cuore pulsante dell’emozione. A volte mi chiedo se le parole possano spiegarlo in qualche modo. Forse no. Il ciclismo è fatto così: puoi volergli bene se lo guardi in televisione ma impari ad amarlo sinceramente solo in strada, tra la gente che non ha altri pensieri in quel momento se non quello di stare lì, di essere un unico coro, magari un po’ stonato, un po’ ubriaco. Ma unico.

Brescia oggi era così: un unico coro, un solo tum tum fatto di altoparlanti gracchianti, di musica a tutto volume, di bandiere, di attesa. E gente. Tanta, a fiumi. Tutta stipata lungo le infinite transenne dell’arrivo o in piazza della Loggia, incollata ai maxischermi, con le facce rivolte al sole che oggi era caldo come un abbraccio. No, parole no. Non ce ne sono. Rumori, forse. Oppure voci, gridolini, risate. Un mondo. Tutto lì, all’ultima festa di questo Giro.

Quando i corridori entrano in città per gli ultimi chilometri sembra che tutto il resto non esista più. I bambini salgono sulle spalle dei papà o su gradini di fortuna che li fanno diventare un po’ più alti, che li fanno sperare di vedere qualcosa al dì la del muro umano addossato alle transenne. Quando transitano sotto il rettilineo d’arrivo per la prima volta si leva un boato. Sì, eccoli qui, gli eroi. Eroi perché hanno affrontato la tormenta, i giorni di pioggia, la fatica, il mal di gambe, le cadute. Io dico che sono anche la faccia di chi vorremmo essere, del coraggio che vorremmo mettere nella nostra vita, della tenacia con cui vorremmo affrontare le piccole sfortune. Dei sogni che vorremmo realizzare. Cavendish realizza il suo, per la quarta volta. Forse portando via quelli di tanti altri che avrebbero voluto mettere il proprio nome, sulla tappa finale. Vincenzo Nibali ha ufficialmente la maglia rosa.

Per arrivare almeno a vedere il palco delle premiazioni bisogna insinuarsi tra tutte quelle persone che alzano le mani, appiccicarsi a qualche personaggio che sta solcando il mare di gente con le sole sue spalle. Lì, lì in mezzo c’è l’emozione, qualcosa che fa sentire parte del tutto. Stipati, attaccati l’uno all’altro, a fianco di persone che non si è mai viste, ma tutti tesi verso una sola passione. Vincenzo Nibali sale sul palco e ho gli occhi lucidi: un boato, mani che applaudono, bandiere che sventolano: tante, tantissime, sono blu con lo squalo bianco. I fans di Vincenzo sono anche qui. Soprattutto qui. Dopo averlo seguito per tutta Italia sono qui, a vedere il suo trionfo, a dirsi che quelle urla sotto la pioggia e nel gelo, sono servite a qualcosa, che le attese interminabili pagano per intero questa giornata. Vincenzo. Non sono più solo loro che lo gridano. In tutta Brescia, dalla piazza, dai balconi, dalle finestre, dicono il suo nome.

La felicità, i sorrisi, la commozione. E poi l’Inno. Fratelli. Guardo il ragazzo che mi sta vicino con la coda dell’occhio: tiene la mano sul cuore, mentre canta, come me. Fratelli. Non ci rende tutti uniti, anche solo per pochi minuti, come fratelli, il ciclismo?L’Inno, il nostro. Desideravo questo, dall’inizio del Giro. “Voglio andare a Brescia” mi dicevo, “e cantare Fratelli d’Italia tra la gente, davanti a Vincenzo Nibali in rosa”.

Poi ancora grida, applausi, il sole del pomeriggio sulla faccia, suoni acuti di trombette da stadio. Stadio umano, scomodo, sgangherato e meraviglioso quello del ciclismo. Coriandoli: rosa, d’oro e i bambini in visibilio, con i grandi occhi sgranati contro il cielo azzurro dove svolazzano i pezzetti di carta colorati. Mi faccio ancora largo tra la folla: gente. Da qualsiasi parte. E’ la festa al culmine. Pochi minuti e tutto sciamerà lentamente, scenderà sulla città, sulle sue strade, sulle sue piazze, quella strana e insopportabile malinconia delle cose belle finite. Mi allontano prima: voglio tenermi questa immagine della confusione disordinata e felice, voglio tenermi ancora tutto questo per un po’. Fuori è tutto già deserto e le persone camminano lentamente. Sembra un altro mondo. E’ così, sempre. Si fa fatica a risistemare i contorni, dopo certe sensazioni forti, che ti scuotono il corpo assieme all’anima.

Due ragazzi dell’Astana passano in bicicletta, rompendo il silenzio con le ruote dei trolley che grattano sull’asfalto. Mezzi rosa, mezzi azzurri: facce stanche e felici. Ragazzi tutti diversi che hanno fatto lo stesso viaggio. E adesso tornano a casa. Torno a casa anche io e mentre rivedo la Brianza che sonnecchia nell’ultimo sole, in attesa della sera, ripenso ai coriandoli, a Vincenzo, ai corridori che portano la festa in qualsiasi posto vadano. Amo sinceramente il ciclismo perché mi fa sentire viva. E le cose che ci fanno sentire vivi, che ci scaldano il sangue nelle vene, dovremmo seguirle dovunque. Anche in capo al mondo.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “Là, ovunque ci sentiamo vivi.

  1. sentirsi vivi…..che si vinca o si perda, chi segue il ciclismo alla fine di ogni gara sente un mix di emozioni che ti fanno davvero sentire vivo….davvero un bell’articolo di fine giro molto vivo!

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