Bufera. Bufera di neve sull’arrivo delle Tre Cime. Niente profumo di fiori, per questo maggio che ha voluto essere crudele con il Giro, che ha voluto sferzare i corridori con il freddo, con la pioggia fitta e la neve. Bufera di parole che, come sempre, travolge tutti come una slavina. Non solo chi ha sbagliato ma anche chi ha avuto fiducia, chi è pulito, chi i chilometri se li è dovuti macinare con le sole sue gambe, con la sua sola costanza. “Lassù, persino con la neve, ci andremo” dicevano i ciclisti, questa mattina. “Daremo spettacolo, è una promessa. Per quelli che ci aspettano ore e ore, per chi crede in noi. Lo dobbiamo a loro”.

E Vincenzo Nibali, con addosso la sua maglia rosa, aveva detto che voleva anche questa. Anche questa tappa doveva avere il suo sigillo. Non bastava essere il leader, non bastava aver stracciato gli avversari nella cronoscalata incredibile tra Mori e Polsa. Non bastava. Vincenzo voleva far vedere a tutti che chi mette testa e cuore nei sogni, prima o poi, li abbraccerà per interi.

E’ inverno sulle rampe delle Tre Cime di Lavaredo. La strada è una striscia nera e lucida che si arrampica su una schiena di neve. Eros Capecchi, coraggioso soldatino della Movistar in avanscoperta, si prende tutto il vento sulla faccia. Vento gelido, che porta fiocchi bianchi, sempre più fitti. Dietro di lui il gruppo della maglia rosa pedala senza sosta. Sono tutti lì, i big di questo Giro: sanno che questo è il verdetto finale e nessuno vorrebbe uscirne sconfitto. Evans pensa al suo secondo posto, vuole restarci aggrappato con le unghie e con i denti fino alla fine; Majka e Betancur condividono una rivalità sanguigna perché pochi secondi li separano dalla maglia bianca; Uran e Scarponi vogliono il podio a tutti i costi, perché tutte le fatiche, le mani congelate, le gambe di legno sapranno di amarezza se non ci sarà questa soddisfazione. Nibali ha già il tesoro più grande sulle spalle: anche in mezzo alla tormenta si distingue la sua maglia rosa. Unica, tra le tante. Eppure vuole arrivare in cima da solo, vuole far vedere che la faccia del ciclismo è quella: quella del sacrificio, del talento, del coraggio. Vincenzo scatta. Vuoto dietro di lui, come tante altre volte. Scatta, Vincenzo, come lui sa fare. Sono lontane le critiche, chi diceva che lui era un campione, sì ma non sapeva gestirsi, non era previdente. Un campione ma con troppo cuore, troppo istinto. Lontano, sì, è tutto lontano quassù, dove la neve scende copiosa e dove Vincenzo sembra urlare in silenzio che, su questa strada lucida, sotto la bufera, serve solo e unicamente l’istinto.

E’ solo, il capitano, e va a riprendere Eros Capecchi, sfinito dalle pendenze che si fanno più dure, dal tempo che si fa ancora più inclemente. E’ solo e mancano meno di due chilometri all’arrivo. Pochi su un rettilineo nel sole, tanti e interminabili su questa strada che si impenna nel gelo di una stagione capricciosa. Ma Vincenzo ne ha fatti di chilometri per arrivare lì, su quella che, per oggi, non è solo la cima Coppi ma è anche un po’ la vetta del mondo, e sa che non mollerà fino alla fine. I tifosi lo rincorrono, lo toccano, gli gridano incoraggiamenti su incoraggiamenti: è l’affetto un po’ ingombrante, un po’ incosciente ma vero, genuino di chi il ciclismo lo vive fino in fondo.

Tutto è bianco attorno a lui, la neve gli va in faccia, negli occhi: copiosi fiocchi che offuscano la vista, che fanno sembrare le cose più lontane. Ma lo striscione del traguardo si erge alto, tra le nebbie e la bufera. Si toglie i guanti, Vincenzo, come se si dovesse sistemare, riordinare. Sa che le fotografie che gli faranno all’arrivo saranno per sempre negli annali del ciclismo. L’impresa l’ha fatta lui, campione dagli occhi umili e dal sorriso gentile. Lui, siciliano che, nelle tappe più fredde, pedalava in maniche corte. Un bacio alla fede, un pugno al cielo. Un’esultanza che vale tutto il cammino. I denti stretti, la rabbia per le occasioni mancate, i sacrifici, il freddo. Vale tutto. Tra la neve che non smette di scendere arrivano gli altri: facce che sembrano maschere congelate, con le mani inchiodate ai manubri. Valerio Agnoli, premuroso e instancabile gregario di Nibali, ha gli occhi pieni di lacrime. Dolore, freddo? No, balbetta soltanto: “Sono troppo felice per Vincenzo”.

Lacrime. E’ così che ti diciamo grazie, Vincenzo. E non è sentimentalismo, mostrare i nostri sorrisi commossi e gli occhi lucidi. Non è sentimentalismo dire che il ciclismo è uno sport da amare perché sa rialzare la testa, perché sa sollevarsi con dignità, anche dopo notizie che sembrano fulmini a ciel sereno.

Grazie, Vincenzo per aver messo il tuo viso pulito e onesto contro la bufera. Grazie perché ci hai fatto capire che, contro tutte le bufere, anche quelle della vita, serve avere un cuore generoso, coraggioso, fiducioso. Perché è proprio nelle tormente, quando tutto tende a perdere i contorni, quando la realtà sembra allontanarsi, che capiamo cosa è importante. Qual è la luce per la quale vogliamo combattere, i valori nei quali dobbiamo credere.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “Vincenzo nel cuore della bufera. Vincenzo cuore del ciclismo.

  1. I corridori, oggigiorno, non si drogano più; al Giro, infatti, quest’anno, sono risultati tutti negativi, tranne uno: Di Luca (e un altro). Di lui, pecora nera, hanno, volutamente, parlato poco perchè disgustati da una simile persona che non merita neanche commenti per quello che ha fatto e che, quindi, dev’essere allontanata, disprezzata e dimenticata. Per sempre.
    Questo è il ciclismo di oggi, si sacrifica un colpevole per salvarne altri duecento. Come tutti gli altri sport, anche il ciclismo è malato; l’ambiente deve fare soldi salvando le apparenze, è per questo che, al grande pubblico, si deve far vedere lucciole per lanterne, si deve far credere che i ciclisti non si drogano, quando si sa che non è assolutamente vero.
    E’ lungo l’elenco dei prodotti dopanti che non risultano ai controlli ed è altrettanto lunga la lista dei corridori che assumono tali sostanze. Diciamo tutti. Mosche bianche escluse. Per questo dispiace che un campione come Di Luca, debba essere distrutto, come atleta e come uomo, mentre gli altri se la passano liscia.
    Di Luca non è un ingenuo, forse gli è stata data una eritropoietina con un tracciante al posto di quella senza marcatore che tutti utilizzano, chissà…
    Controlliamo, comunque, l’ematocrito degli altri corridori; normalmente deve stare su un valore di 43, se è più alto, tranne alcune eccezioni, ci sono dubbi circa l’assunzione di EPO, e, tali sospetti, aumentano di molto con l’aumentare di tale riferimento.
    Diciamo la verità, chi ha un valore inferiore, dai suoi dirigenti, viene considerato uno che non fa il suo dovere… Un “non corridore.”
    Ma non pensiamo a queste cose, non pensiamo a Di Luca, un campione, ormai, finito. Distrutto. Divertiamoci a disprezzarlo, è facile, lui, ora, non può più difendersi. E’ in croce. Pensiamo, piuttosto, a gioire per uomini che hanno trionfato, che hanno entusiasmato; del resto è bello e facile stare con i vincitori. Con chi, con certe cose, gli hanno insegnato a saperci fare…
    Comunque, è ciò che circonda i ciclisti che è malato, non questi atleti, che da esso dipendono e, che, in assoluto, sono i più forti che il mondo dello sport possiede.

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