Il sole è a picco come lo può essere nel crudo mezzogiorno di giugno. C’è l’odore dell’estate quando esplode, le spighe che maturano fino quasi a cuocersi, l’erba alta dove milioni di fiori di campo chiamano insetti volanti e farfalle. La luce mi sembra quella di sempre, di ogni singolo campionato a cronometro dal 2012 fino a qui: abbacinante, bianca, che fa pensare alla velocità che ti stordisce, come quando sei a tutta e non ti accorgi di niente, ti perdi le cose, nello spazio tempo dritti fino all’oblio. 

Certe mattine – come questa da Milano a Trento su un Frecciarossa a meno quindici per l’aria condizionata – pensi che vivere in un romanzo di Thomas Hardy non sarebbe male, guardare la campagna dalla finestra, uscire in giardino sotto le stelle. Quando alzo gli occhi dal libro, mi faccio la solita domanda di sempre: dove sto andando? Il ciclismo probabilmente lo sa, lo ha sempre saputo, anche nei momenti in cui non volevo più avere a che fare con lui. Lo sa che sono fatta a metà tra la calma e l’uragano, nell’occhio del ciclone con gli occhi chiusi, proprio come quando sei piegato sulle appendici e senti che l’aria ti scuote ma tu resti immobile come se niente ti toccasse. 

La cronometro è come la gente autentica: non è videogenica, in tv concilia il classico riposino sul divano dal quale ti svegli stordito come se avessi dormito un triliardo di anni. Ma dal vivo, quando vedi tutto senza filtri, capisci che la bellezza pura esiste. La potenza e il controllo sfilano insieme.
La gente si butta addosso le bottigliette d’acqua, non c’è un filo d’ombra in tutta la valle e l’equilibrio è sopra la follia. C’è un certo sottile piacere masochistico in tutto questo, la bicicletta fende l’aria e te stesso.
È solo in quell’attimo prima di asciugarsi il sudore, mentre Filippo si mette la mano sul cuore come se volesse strapparselo via, che penso a quanto il ciclismo sia un mucchio di intensi momenti vissuti in segreto, costellazioni invisibili che sono fatte per un solo spettatore. Il resto è fuori. 

La sera adesso è fresca, sotto il pergolato di vite dove dondolano delle vecchie lampade. La locanda è un luogo sperduto affacciato sulle montagne e alla grande tavolata laggiù la gente parla con affetto ed entusiasmo. A volte hai la netta percezione che i tuoi sforzi siano inutili e allora lasci stare. 
Alle cose serve il tempo necessario” dice qualcuno, esattamente mentre penso a questo. 
Il tempo è infinito, il tempo è vuoto. 
Ma niente di quello che amiamo è mai perduto davvero. 

Quando aveva quarant’anni, Kafka comprò una bambola ad una bambina che era molto triste per aver perso la sua. Lei le disse che non somigliava affatto alla precedente ma lui la consolò dicendole che i molti viaggi l’avevano cambiata. Molti anni dopo, quella bambina diventata adulta, trovò una letterina dentro il giocattolo, firmata dallo scrittore che diceva: “Tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l’amore tornerà in un altro modo.”
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Posted by:Miriam

Sono nata in Brianza in una calda notte di luglio. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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