Dalle strade perse tra le colline deserte si alzano nuvole di polvere, come segnali di fumo degli spiriti nel torrido mezzogiorno estivo. Forse è vero quello che dice la gente: è surreale correre ad agosto la Strade Bianche ma io penso di aver visto cose più surreali di questa. A volte il ciclismo ribalta le cose, altre volte il vero colpevole sei solo tu.
Le cicale stanno in silenzio, dai campi viene l’odore della terra cotta dal sole, il cielo è blu senza una nuvola sopra le cascine solitarie in cima alle colline. Chiuse, come nel dolce e soffocante silenzio della siesta. Un motociclista sonnecchia in un cono d’ombra e agli incroci tra uno sterrato e l’altro, la gente nera di sole succhia un ghiacciolo dopo l’altro mentre i vecchi con le camicie aperte e le pance lucide di sudore sono seduti davanti a certi bar che sembrano usciti dagli anni Cinquanta. Oltre a questo il nulla, non si trova nemmeno una fontanella nel raggio di trenta chilometri, mentre il caldo e la polvere ti rotolano giù in gola a prenderti l’anima. Un bambino con suo padre picchettato su una curva rovente dice che più che una gara di ciclismo, questo sembra un rally e ha ragione. Ai lati delle strade gli arbusti sono bianchi e impassibili, mangiano la polvere e aspettano la fresca aria della sera, la luce della luna che forse li renderà fosforescenti nella solitudine di un’altra notte senza scopo. Niente di quello che è vero scompare, torna nei sogni e nelle visioni. Segni che emergono improvvisi dalle nebbie di certi pomeriggi che hanno offuscato gli occhi, che hanno impedito di vedere cosa è importante per così tanto tempo che sembra passato un secolo dall’ultima volta. O forse no. Mentre i corridori corrono nel pulviscolo bianco contro il sole, ho l’impressione che niente sia cambiato, che la strada sia sempre un posto privilegiato dove ancora i nostri battiti possono restare alla distanza di un respiro.

Così immensamente lontano, così ancora irrimediabilmente vicino mentre Sante Marie è dorata nella luce del tardo pomeriggio e l’alito rovente di agosto soffia ancora sulle colline. L’elicottero è basso sopra la strada bianca che incide le crete, il gruppo passa tra due lingue di polvere. Il ciclismo lo sa che in corsa uno sguardo è tutto: in un attimo puoi chiedere il cambio, puoi far capire che ne hai ancora o dire che sei finito. Puoi dire che ti sei sbagliato o che vorresti rifare tutto da capo.
L’aria calda soffia impietosa tra gli alberi di noce, mentre il coltello che ognuno ha piantato dentro di noi si muove appena e fa un male cane. Scava fino agli organi vitali. Per adesso è lì che deve restare.

Mentre la gente torna alle macchine e la corsa sciama verso Siena, guardo i tifosi bruciati per metà dal sole, con i segni delle canottiere, neri di quell’impasto di sudore e polvere che ti si appiccica addosso in giornate così. Neanche una pandemia mondiale è riuscita a cambiare la vera faccia del ciclismo, quella della fatica sovrumana, dell’amore puro di chi aspetta per ore con una mascherina sulla faccia sotto i quaranta gradi dell’estate italiana. Sento il sudore che mi cola a litri sulla schiena, dalla faccia, apro la diretta dal telefono e c’è Wout davanti, l’immagine di lui con la gamba aperta dalla transenna in una stronza giornata di luglio e poi questa come su un circuito di ciclocross. Nove secondi e poi dieci e poi dodici, come un giro e poi un altro giro. Le Tolfe se ne sono andate, Santa Caterina vuota come in uno strano romanzo post apocalittico. Lui lo sa che ha rischiato di non essere più quello di prima, che quello squarcio è stato il buco nero della sua vita ma un ciclista sa anche che, quando sei nella direzione giusta, sei semplicemente invincibile.
Invincibile piccolo puntino giallo in una Piazza del Campo deserta e silenziosa, ancora il ciclismo ha rimesso a posto le cose a modo suo, lo squarcio si è chiuso, il sangue ha ripreso a fluire come quando fai il miglior giro. L’ultima immagine che vedo prima che mi salti la connessione è Wout che si toglie il casco: ha le sue solite due meches bionde da ragazzino degli anni Duemila. Oggetti, rituali, persone: ognuno ha i suoi talismani.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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