Mi vida” urla un papà alla sua bambina che gli corre incontro all’uscita dell’aeroporto di Valencia. Lei gli si aggrappa al collo come una scimmietta e potrei contare i minuti interminabili in cui resta così, immobile con la faccia sulla sua spalla. Mi vida, continua a dire lui.

Fuori trentatré gradi bruciano l’Andalucia che è rimasta esattamente come l’ho lasciata, brulla, stregata e infinita con le case bianche allucinate nella siesta del pomeriggio, le palme sofferenti e solitarie che svettano nelle lande desertificate puntinate qua e là dalla macchia mediterranea che ha gli odori delle erbe medicinali, cotte dal vento caldo che viene dal sud. Ma su Lucena del Cid c’è un cielo che qui non ho mai visto, con le nuvole grigie che si spandono come conchiglie sopra una specie di paese di gesso, dove tintinnano le tende intrecciate sulle porte da dove viene il fresco del pavimento di linoleum, delle pareti antiche e ombrose di certi posti di mare. E c’è l’odore del mare anche se non c’è: quello della corteccia dei pini marittimi che è un po’ come l’odore della pelle di chi ami, una cosa che ha a che vedere con gli organi interni, che quando la senti ti viene subito da chiudere gli occhi e fare milioni di viaggi interstellari. Mille milioni di chilometri restando fermi, solo con la testa. Eppure il mare qui non c’è.

Sembra che stia per arrivare un temporale. La gente aspetta alla curva della chiesa, lì la strada si impenna come se per ogni cosa sacra ci sia la sua sacra sofferenza, forse è davvero così. Dalle finestre dei piani bassi viene la voce della telecronaca ma il silenzio piomba improvviso quando corri per le viuzze deserte, a me piace vedere la corsa da fuori, da altri posti, in fondo fuori è dove sono sempre stata, non so se è questione di abitudine o cosa. Ma che cosa sappiamo noi del dolore? Che quando ridiamo, la gente pensa che siamo felici davvero. Però quando la strada sale non puoi nasconderti, diceva Eddy Merckx. Non puoi nascondere nemmeno che stai soffrendo, sei nudo, in pasto a tutti. E’ questo il maledetto patto che ti costringe a fare il ciclismo, un’altra faccia della medaglia che sai solo tu.

 

Sono le undici di sera in un paese dell’entroterra semideserto. Risento l’odore dei pini, come di quando cammini verso il mare. Eppure qui il mare non c’è. Ma le lampade gialle che illuminano le piccole calli deserte cantano la solita canzone di qui, di sogni e di visioni, cercando di rassicurarmi prima di dormire che le cose invisibili esistono se riusciamo a vedere da quei piccoli squarci tra noi e l’altra dimensione dalla quale provengono. Secondo gli sciamani, la scimmia insegna a sviluppare il sesto senso per conoscere la verità. Forse non importa se il mare adesso non lo vediamo, in qualunque posto c’è il suo profumo.
Mi vida, il filo resta.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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