Le nuvole nere diventano un vortice sopra le montagne, la valle è stranamente nella luce, come quando sta per arrivare una tempesta, un secondo prima, durante il quale senti esattamente il respiro primordiale della terra, quando ancora la gente non la contaminava come fanno i parassiti sul pelo di un grande e bellissimo animale. Tutti noi insetti siamo arrivati quassù con la funivia attraverso i Pirenei e i suoi pini magri e alti e l’odore delle erbe che crescono bruciate dal sole e dal vento su queste montagne solitarie dove da qualche parte, disperso dal vento, riposa Luis Ocaña. Nessuno pensa che, con la tormenta, la discesa sarà critica, anzi quasi impossibile. Il ciclismo fa questo, ti rende un pazzo inconsapevole, che tu sia lì per vedere la corsa o per correrla. Non importa più niente, come quando dicono impara a ballare sotto la pioggia, certo ma a volte non è la pioggia il problema ma il ballare stesso. Chiudere gli occhi e fidarti. Dell’istinto, del niente, del buio come un cieco, credere a quello che non vedi. Alla fine è una lezione di sopravvivenza.
E’ per questo che non ho mai un giubbino antipioggia o sono solo stupida?

Scendo all’ultimo chilometro mentre l’aria cerca di piegare la gente che aspetta, ha l’odore di un uragano sull’oceano, di una specie di apocalisse. Ma noi, in fondo, le apocalissi siamo abituati a guardarle in faccia, certe volte le creiamo persino noi. Mi siedo sul cordolo della strada, è caldo mentre infuria il vento gelido, mi metto dietro un furgone e cominciano a scendere grosse gocce nell’istante in cui un tipo dell’organizzazione mi dice di salire e ripararmi. Io al caso non ci credo, mi ripeto mentre sono al caldino e fuori scende il cielo e il mondo intero, a pezzi di grandine come vetro nei torrenti delle canaline della strada. Scorre l’acqua e ripenso al Tour e al Col du Télégraphe nel bel mezzo del nulla mentre la sera scendeva tra le montagne. Nessuno sa che nel tratto di sterrato la corsa ha un momento di buio, che i corridori sono soli in un anacronistico ciclocross sui Pirenei, in cui nessuno sa cosa stia succedendo se non loro stessi. E’ così che il ciclismo parla di sé, per una volta, senza mostrare niente. Come ciechi nel buio, noi lo sappiamo cosa vuol dire, essere al limite così, i segni che restano sono i più credibili di tutti: quando arriva la corsa qui all’ultimo chilometro, la pioggia è già altrove, su altre montagne deserte, ma le facce e le gambe hanno il fango per metà seccato che cola sulle gambe e dalla faccia.
Come puoi non capire?

La bandiera andorrana sventola sul confine mentre il cielo torna sereno e il buio scende piano sulle strade che portano a un diamine di hotel in cui passo una notte piena di incubi mentre il temporale infuria di nuovo là fuori. Alle cinque prendo la macchina e scappo in aeroporto, cerco un bar aperto ma trovo solo uno sciame di quattordicenni ubriachi che escono da una discoteca. Le mattine sono sempre state i miei veri incubi, le taglierei in tronco, ma adesso la luce dell’alba mi tranquillizza dopo che avrei voluto chiamare casa alle tre di notte per dire che avevo paura. Alla fine non c’è niente di male a dirlo. Forse in bicicletta è più facile sentirsi invincibile, non pensare a niente, scattare fino a sentire il dolore fino alla testa. Ma quando metti il piede a terra no, quello è un’altra cosa.
Mangio uno schifo di croissant per colazione mentre sogno un french toast con la marmellata e il burro d’arachidi.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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