Alzo un attimo gli occhi e guardo il signore che sta seduto sul muretto sotto al portico, gli guardo l’orologio, gli fisso l’orologio, per la precisione. Sembra quasi uguale a quello che aveva sempre al polso mio nonno. Io a queste cazzate ci faccio caso sempre, come se fossero una specie di codice morse dall’aldilà o una cosa del genere. Non riesco a pensare che gli spiriti non restino con chi hanno amato. Mi metto gli occhiali da sole per guardarlo meglio, faccio quasi finta che lui sia qui. A dire il vero è dieci anni che non c’è più, dieci anni oggi. Gli vorrei dire mille cose, non me ne esce neanche mezza. Il tipo capisce che lo sto fissando, distolgo lo sguardo. Sento l’elicottero, torno a terra, la lenticolare che gratta l’asfalto come grattano le lame dell’assenza, la curva stretta secca in basso come i peggiori – o migliori – cambi di direzione e un infinito calvario con i portici dove qualcuno ha scritto, colonna per colonna, dediche per qualcuno che ha perso, qualcuno che ha avuto. Seicentosessantasei archi, dicono. Il male che viene schiacciato dal bene. Oramai ho imparato che ognuno ha il suo modo di dire le cose ma nel ciclismo anche le bestemmie sono frasi d’amore. Secche, tirate fuori dal buio che nessuno sa, in maledetto bilico tra il paradiso e il vuoto. A pensare alla beatitudine mentre le ombre delle biciclette si stagliano sull’ultima curva illuminata dal sole delle sei e mezza che la fa sembrare una via dorata, una via dorata per chissà dove.

Sento odore di canna, lo porta il vento insieme ai pulviscoli dorati della primavera, quassù dove la luce filtra attraverso la gente: a guardarci dentro vedresti tutto, come quegli scanner degli aeroporti, nessuno potrebbe più mentire. Mi sembra quasi per un secondo di sentire odore di sabbia, di spiaggia. Ma il mare quanto dista da Bologna? Di sicuro non può arrivare niente fino a qua: penso alle conchiglie dorate dei pellegrini che adesso stanno incastrate nelle città tra gli sputi della gente e i tombini e i gelati che i bambini lasciano gocciolare per terra. Come capita a noi, basta un raggio di sole per farle tornare a splendere, a indicare la via per la salvezza. Piccole conchiglie nascoste in mezzo alla latta.

I corridori si piegano sulle appendici, lasciano cadere il sudore come lacrime, e attorno i massaggiatori si affannano per coprirli come madri, ma loro sono altrove, ancora dentro la bolla extraterreste della fatica, dove riecheggia tutto, dove non ti ricordi niente. Un minuto di apnea dalla vita. Morte apparente. E sullo sfondo il Santuario sulla collina, bello sì, ma troppo austero e lontano anni luce da quello che avrei bisogno per sentirmi in pace. Se mio nonno fosse qui, lo abbraccerei soltanto. Tutto il resto, lo capirebbe dai miei occhi, esattamente come sanno fare quelli che ti amano.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

Una risposta a "#GiornidiGiro | Bologna"

  1. Eh! Buona domenica Miriam, leggerti qui per noi è sempre una meraviglia, sei davvero splendente, meglio di qualsiasi attuale e ultima telecronaca ( la RAI, che tristezza ). San Luca, i portici, li conosciamo proprio bene, quante volte dal centro di Bologna a piedi e ritorno, giro dell’Emilia, con nella testa e nel cuore Lucio Dalla (ma anche un po’ S.Bersani, L.Carboni, e le Vespe dell’altro piciu, ah, si, Cremonini) Buon viaggio Miriam, sappiamo che nello zainetto, nel copri_obiettivo porti in giro anche un po’ di noi … grazie. P.S. Il ciclista nella foto, con l’asciugamano, è Campenaerts? ( Mi vien da tifarlo, Victor )

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