La sotto brulica la città, le macchine e la gente che si affolla nei ristoranti tutti piastrellati dove si mangia il pescado fritto.
Nove piani più giù.
Da qui si vede tutta quanta Malaga, la Cattedrale illuminata nella sua notte di luna piena, meglio che in una qualsiasi cartolina che vendono nelle calle strette del centro.

Brucia questa città nella luce del sole andaluso, la costa così vicino all’Africa e certi vicoli della periferia con i vecchi a guardia delle case basse e arabe. Questo posto mi disorienta ad ogni angolo, mi sembra di essere lontana da casa da millenni, una vita in sei ore di sonno, che cosa abbia fatto nel frattempo non lo so, mi sono dimenticata anche quello. Una crono da otto chilometri, una specie di delirio da oppio nei trenta gradi di un mezzogiorno di fuoco dove i ventilatori aspettano immobili davanti ai rulli. I numerini dei Mc Donald’s scorrono come una macchina del tempo, un tipo vuole fare l’equilibrista e gli cade una Coca-Cola sul pavimento, mille ghiaccioli che si sciolgono in un attimo, una mi urta e non sento niente. Niente, solo i numerini che scorrono. La gente fa in fretta a dimenticarsi di te. Ma qui trovarsi a compartir la birra e le tapas è un po’ come si fa nel ciclismo, senti il bene dopo un mucchio di fallimenti. E in questo porto si mescola tutto, il bello e il brutto, nel giorno in cui la Spagna piange Javier Otxoa che sulle strade di Malaga aveva perso per sempre un fratello e pure un pezzo di sé. Chissà se il destino esiste poi.

C’è odore di fritto e di dolci, ci sono chioschi di mandorle fritte ovunque, ne prendo un cono e mi sembra strano doverle mangiare così, mentre vado all’arrivo e incrocio i corridori che tornano in albergo, davanti alla Cattedrale per metà nel sole delle sette e mezza. Mi lacrimano gli occhi per il caldo e per il sole, come se qualcuno ci avesse buttato dentro un pugno di sabbia per uno. Butto metà del cono, ne ho messa una manciata in bocca, prima erano salate adesso sono amare. Rohan Dennis torna indietro, si sono accorti dopo che aveva il miglior tempo. Quando fai fatica non ti accorgi di niente, prima ancora di tornare a respirare, chiedi quanto hai fatto. La sfida peggio dell’ossigeno, assurdo ma vero.

Tra le persiane filtra la sagoma della cattedrale, la ruota si è fermata, la luna resta ancora lì a vegliare la conca del mare dove c’è questa strana città dallo spirito spaccato in mille come vetrini luccicanti, come le caramelle dei chioschi. Non fa niente Omino della Sabbia, stavolta puoi anche lasciar perdere, puoi dimenticarti di me. Per questa notte li chiudo da sola gli occhi. Me li chiudo da sola.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

4 risposte a "L’Omino della Sabbia"

  1. Ci sono riuscito. Non c’è niente da fare trasmetti emozioni uniche nei tuoi post. Riesci a far diventare una corsa ciclistica un romanzo.

    Firmato
    L’uomo a cui piacciono le Stan Smith

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