The wild and windy night
That the rain washed away
Has left a pool of tears

THE BEATLES

E’ grigio il cielo questa mattina, grigie le strade sterrate che portano ai casolari in file di cipressi scuri e diritti. Un mare di colline, direbbe Pavese. E già devo chiedere scusa se mi è venuto in mente così, guardando colline che non sono le sue. C’è un silenzio lunare quassù, la terra grigia e morbida, ci affondi i piedi come niente.
Crete.
Che si seccano e diventano sabbia, che rendono brulle e chiare le onde delle colline. Campi arati come giardini zen, pettinati dal rastrello di questo vento che soffia a raffiche, che fa sembrare questo posto una landa desolata. Sono le strade che dividono gli sterrati, chilometri di fiato sull’asfalto prima di tornare a mangiare la polvere.
Strade Bianche_2017
Il tratto numero due è a diciassette chilometri da Siena. Di sicuro non è un gran posto per vedere azioni plateali ma non puoi mai raccontare fino in fondo qualcosa senza averlo mai visto almeno una volta. L’immaginazione serve, sentire di più. E qua non si sente odore di bosco ma di cava, quasi. Le macchine passano digrignando le ruote sulla ghiaia e sollevando nuvole bianche che il vento disperde in un attimo, te le butta negli occhi a manciate. Per un attimo le senti un po’ in gola e ci pensi. A cosa vuol dire fare tutti quei chilometri con la polvere in faccia. Nessuno ci pensa mai davvero che il ciclismo è così nudo, così esposto a tutte le intemperie, come se fosse naturale barattare la fatica di una vita con la gloria di un istante. Non è scontato eppure è quasi abitudine.
Certo, la strada ti insegna anche questo: un istante può valere una vita.
Comincia a piovere, l’avevano detto. Ma la terra rimane asciutta, fa ancora un po’ fatica a impastarsi per fortuna, anche se l’orizzonte sparisce e le colline assieme a lui. Il cielo è bianco. Sventola inquieta una bandiera del Belgio, la tengono due signore con un k-way scuro, parlano dei loro: Jasper Stuyven, Greg Van Avermaet. Con la pronuncia giusta, con la r che insegue la m. In fin dei conti, ognuno è qui per qualcuno. Per farlo sentire a casa su queste strade lunghe e tortuose che portano all’arrivo.
Strade Bianche_2017Il passaggio è un attimo, tratti mangiati senza poesia. Eppure c’è quello strano senso di deserto che mi rimane fino a Siena, fino ai lastroni antichi e disconnessi delle sue strade dove la pioggia insistente forma le pozze che ci salti come fosse il gioco della campana. Penso a certe notti, tipo quella passata, in cui dormendo mi dimentico persino chi sono. Deserto completo, il vento che spazza tutto, il cielo di ieri pieno di stelle. La vita potrebbe essere molto più semplice di così se solo smettessimo di chiederci se andrà bene o andrà male, se lasciassimo fare al cuore. E’ lui che da il sangue a tutto, persino alla testa.
Conto tutti i miei perché senza risposta in quelle pozze sconnesse.
Piazza del Campo è lucida e i mattoncini antichi della Torre del Mangia brillano nel grigio dei nuvoloni come in una fotocopia identica dell’ultima volta. Piove e smette e poi piove ancora. E smette. Il cielo si screzia appena di azzurro. Non c’è una corsa come questa, così improvvisa e secca e dolce allo stesso tempo. Una corsa così vicino a quello che è il ciclismo, frustate e carezze, Santa Caterina e la piazza in delirio, il boato che sale, la terra che rimane in faccia e si scioglie con il sale delle lacrime o con l’acqua dei massaggiatori. Van Avermaet si piega sulla transenna davanti agli spettatori che lo guardano in silenzio, come sempre succede. Gli dicono bravo sottovoce, per fargli capire che stanno dalla sua parte. Un secondo posto non si capisce mai a dieci metri dall’arrivo.

Strade Bianche_2017

Stybar si siede con la testa tra le mani, non sanno più come dirgli gentilmente di spostarsi che da lì gli passano le ruote delle ammiraglie a tanto così dalla schiena. Ma cosa gli vuoi dire? Come scolli un ciclista dal deserto della sua linea d’arrivo da non vincitore? Ci vorrebbe una doccia come minimo, per togliere dalla faccia e dalle gambe la terra delle strade che serpeggiano sulle colline. Ci vorrebbe una doccia per rendersi conto che bisogna già guardare alla prossima gara, podio o non podio, coppa o non coppa.
Fuori dalle transenne la gente ha già formato il piccolo corteo su per Costarella dei Barbieri. Aspettano i ciclisti che scendono ai pullman come da tradizione. Loro si mischiano tra la gente che gli parla per un solo momento, il tempo di passare. Gli dicono le cose più disparate, tutte quelle che vengono in mente a un tifoso. A volte anche solo ciao. Pacche lievi sulle spalle, quello sì. Ognuno è qui per qualcuno. Ed è confortante avere chi ti aspetta all’arrivo per chiederti come stai.
La vorrebbero tutti una cosa così.
Strade Bianche_2017Strade Bianche_2017Strade Bianche_2017

Adesso le colline sono chiazzate qua e là di sole, i cipressi verdi e i casolari sembrano pennellate materiche contro il cielo ancora incerto. Ecco quello che ha lasciato la notte ventosa e selvaggia. Ci sono cose che rimangono dentro. Dentro. Non le scolli nemmeno con il sale delle lacrime. Te le porti qua e là, si mischiano con i chilometri che fai.
Che a volte vorremmo solo essere fantasmi per poter sparire tra un mare di colline chiare e polverose vegliate dai cipressi, una mattina di marzo. Invece la strada è lunga e tortuosa e ventosa. Non esistono scuse, bisogna percorrerla. E’ la nostra croce. Forse è un po’ il nostro destino, se mai un destino esiste davvero.

SULLA STRADE BIANCHE 2017:
♥ Strade Bianche 2017 | PHs

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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