E’ stato strano svegliarsi con la pioggia. Ho rimandato la sveglia due volte, volevo farlo persino una terza. E’ stato strano pensare che di nuovo era il mattino della Coppa Agostoni. Un mattino di settembre. E io che me la ricordo sempre in pieno agosto, in shorts e con l’odore dell’asfalto cotto dal sole, della frutta caduta dagli alberi al culmine della sua maturazione. E’ stato strano pensare che un anno è già passato: son successe mille cose ma alla fine niente è cambiato. E a volte questo un po’ mi spaventa.
articolo-2Lo stabilimento della Cleaf è semideserto, le pozzanghere sono laghi tormentati dalla pioggia. E sull’asfalto bagnato e nero ci sono le chiazze, qua e là, di qualche foglia gialla già caduta. C’è un’aria che sembra autunno inoltrato, un’aria umida e senza profumi, almeno non quelli a cui sono abituata.
Eppure questa, anche sotto il diluvio, continua ad essere una corsa a sé. Di sicuro per me è speciale, un po’ come se il ciclismo avesse inciso il mio nome sulla sua corteccia. Un cuore e una freccia in mezzo. E’ così che succede: amore e dolore si mischiano. E questo è uno sport che lo sa fin troppo bene. Però non è solo per questo, no. C’è qualcosa in quei crocchi di ombrelli che si formano davanti ai pullman, con i pensionati che consumano la lista partenti con lo scorrere delle dita rugose, che gesticolano per spiegare le salite. Il Lissolo, Colle Brianza, Santa Maria Hoè. Che alla fine sono quelle da una vita, praticamente. Ma ogni anno vanno analizzate fino al midollo, forse anche in una sorta di gara a chi le conosce di più. Tutto in dialetto, rigorosamente.
C’è qualcosa in quei bambini che corrono avanti e indietro con i calzoncini corti e i polpacci lavati a metà con le mamme che li rincorrono chiedendo se hanno visto qualcuno di famoso.
articolo Ma i ragazzi restano sui pullman. Forse a guardare quella mattina che veste la Brianza di ottobre, a rassegnarsi che sarà così. Di piovere non smette ma anche loro non smettono di sorridere alla gente che li ferma con gli ombrelli gocciolanti, li tocca anche per un solo secondo, gli dà una pacca sulla spalla. Così è il ciclismo. E io ripenso ai sorrisi che avevo incontrato alla mia prima partenza, a come potevo contare i battiti che mi rimbombavano nella testa quasi. Siamo strani, strani davvero. Ci sono cose che nella vita ci paralizzano dalla felicità e questo è un segno, un segno che ci dice che la strada da seguire è quella. Ma a volte le lasciamo andare. Invece dovremmo tenerci strette quelle cose che ci fanno ancora sentire emozionati come bambini.
Di sicuro in questi anni ho cercato di tenermi stretto il ciclismo come faccio con le persone alle quali voglio bene. Con il solito terrore di essere esclusa o di essere di troppo, con i soliti slanci, i soliti entusiasmi fuori controllo, facendo chilometri per vedere una partenza, un arrivo. D’altronde ho sempre avuto una scaletta speciale e ben chiara delle mie priorità.

Guardo l’orizzonte da una stradina secondaria su al Lissolo, guardo l’orizzonte che si fa azzurrino in lontananza come se fosse mare tranquillo, laggiù in fondo, e penso che non si può smettere di essere sé stessi, non si può soffocare la propria natura. E poi fa niente se dovremo pagare lo scotto mille e mille volte. Sempre crederò che l’istinto sia la migliore bussola in circolazione, nonostante tutto. Il Nord non è così difficile da trovare, il difficile è trovare il coraggio di seguirlo. Di scavalcare tutto, di essere liberi di rischiare, una volta tanto.
In fin dei conti non abbiamo niente da perdere in questa vita che non ci guarda mai neanche in faccia per capire se ridiamo o se piangiamo.
articolo-5 Esce il sole, c’è odore di menta, uno dei miei preferiti. Viene da chissà dove, cresce in mezzo alle erbacce, splende senza rendersene conto. C’è questo odore che è proprio odore di casa, persino questo sole malinconico di settembre mi fa un effetto strano. Vedere il gruppetto dei fuggitivi sbucare da una curva tra luce e ombra, con le robinie gocciolanti sopra la testa e l’asfalto che sa di fine estate, mi ha dato l’impressione di essere stata lontana da casa per anni. Come se quella salita mi stesse raccontando una vecchia ninnananna che sapevo già e della quale forse ne avevo la mancanza. Come se quella salita fosse davvero un pezzetto di me. Come se mi parlasse di quella Miriam che ha sempre avuto bisogno di fare le cose con amore per essere sicura di avere un senso in questo mondo.
Passa il gruppo e i ciclisti parlano con il pubblico, quasi. La strada si arrampica, c’è pure tempo per i saluti, una pacca lieve sulla spalla, una mezza frase buttata lì, tra l’incoraggiamento e la battuta. Nizzolo che è l’eroe di qui, specialmente dopo l’Italiano. Poi Viganò. E gli altri, indistintamente. Gli ultimi, specialmente.
Dai che è finita, ripetuto come un mantra.
articolo-3articolo-4E così è questa, L’Agostoni. Il suo Lissolo che sta già tornando silenzioso, il suo sole quieto di settembre dopo una mattina di pioggia incessante, le pozzanghere in centro a Lissone che riflettono i passaggi. Tre chilometri, due, uno. C’è Sonny Colbrelli su tutti, con il solito dopo volata frettoloso, una rincorsa per prendersi i momenti che preferisco, quelli in cui, vincente o no, si ritorna a respirare dopo la linea bianca. L’istante più intenso che, come tutti gli istanti più intensi, se ne va presto, subito.
Sotto al podio c’è una signora che grida bravo a tutti.
Bravo, bravo Diego – che è arrivato terzo.
Ma non sorride troppo, protesta uno di fianco a lei.
Eh povero tesoro, dice ancora la signora. Voleva vincere. Ma è stato bravo lo stesso. Bravo, bravo Diego. Bravi.

Forse stavolta questa corsa è davvero un po’ come me. I pullman sonnecchianti in un parcheggio a metà deserto e a metà affollato. Un nonno con i suoi nipotini che risponde alle domande strane che gli fanno, tipo perché Fabio Aru se ne va con la macchina e non con il pullman. I bambini che saltano tra le pozzanghere schiumose per lo shampoo che scende dalle docce e tengono mille borracce come giocolieri.
articolo-8articolo-7 E così questa è la mia Agostoni, che muore piano in un sole malinconico di settembre. Sono ancora io e sono ancora qua, come sempre non so gestire gli uragani. Pensavo di aver imparato qualcosa e invece niente. Invece le emozioni mi lasciano ancora senza voce e ancora senza battiti. Ho ancora bisogno di avere un senso. Ancora amo questo viaggio anche se oggi più di ieri non so davvero se mi porterà da qualche parte. Forse non bisogna chiedersi niente. Di tutte le nostre macchinazioni la vita ne fa un mikado dall’ordine sparso e che non ci aspettavamo.
E’ stato strano tornare a casa.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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