Ventinove anni, friulano con un legame profondo verso la sua terra e ciclista professionista dal 2011. I primi a chiamarlo “Il Rosso di Buja” sono stati i suoi compagni di squadra quando era ancora Under e da quei giorni lui è diventato uno scalatore di razza che non può fare a meno della montagna e del suo silenzio. Un numerino rosso al Tour de France, una vittoria alla Vuelta e il cuore che ancora si scalda quando vede una bandiera di casa sventolare sulle côte delle Ardenne. Nella sua playlist per il Giro ci sono i Pink Floyd e Bob Marley, la giusta combinazione per una corsa che lui stesso definisce dura e romantica assieme.
Questo è Alessandro De Marchi in cinquanta domande.


articolo 11) Giro d’Italia. Tornerai sulle sue strade dopo quattro anni di assenza. Che effetto fa?
Fa un effetto particolare. Questo Giro l’ho davvero voluto. Nel 2014 quando passò per il Friuli avevo fatto di tutto per esserci ma alla fine non se ne fece niente. Ora finalmente riuscirò a ripassare da qui e a sentire dal vivo il tifo dei friulani. Poi questa è una corsa che ha da sempre un sapore particolare: sono italiano, fiero di esserlo. Il Giro è stata la mia prima grande gara in cui mi sono messo in mostra, in cui ho capito qualcosa su di me come corridore. 

2) Come ti sei preparato?
Mi sono preparato come al solito: gare e allenamenti, tutto calibrato per questo primo obiettivo. Un passo importante è stato il periodo trascorso sull’Etna: io, il mio amico/massaggiatore e tanta salita. Punto e basta. Gli ultimi giorni a casa li ho trascorsi normalmente. Una domenica con un pranzo in famiglia ad esempio, per me, ad un certo punto, vale come un buon allenamento.

3) Quali sono i tuoi percorsi preferiti, quelli che affronti quando sai che ti stai avvicinando ad un appuntamento importante?
In genere non ho differenze tra periodi con appuntamenti importanti o no. I percorsi sono più o meno sempre gli stessi. Certo, le strade di casa sono quelle che conosco meglio, quelle che quindi riescono a darmi delle risposte se ne ho bisogno. Ho salite di cui non potrei fare a meno, questo sì.

4)Si può dire che la tappa di Cividale del Friuli è un po’ il tuo arrivo di casa? Cosa sogni per quel giorno?
Appunto. In quella tappa ci sono salite e zone che per me significano “casa”. Normalità, niente di sconosciuto. In tanti dicono che quell’arrivo è il mio. Ma io penso che prima ci sono altre dodici tappe, insidiose ed interessanti, che necessariamente vanno affrontate. Per quel giorno spero solo che i friulani possano avere un ricordo di una giornata ricca di emozioni.

5) A che cosa non potresti rinunciare quando sei a casa?
Agli amici e alle mie strade. I primi sono quelli dai quali è facile allontanarsi stando via tanto tempo da casa, quindi il tempo con loro e con la famiglia è sacro. Le strade sono quelle su cui sono abituato a stare ogni giorno, quando sono a casa. Sono la casa nella casa.

6)Hai un luogo magico o con un significato speciale dove riesci a ritrovare te stesso?
Non ho un luogo magico preciso. Diciamo che ci sono alcuni posti che hanno significato qualcosa in passato e continuano a farlo. Quello che li accomuna è che sono in montagna o in collina. E sono silenziosi.

7) Che cosa serve a un ciclista per trovare la serenità completa sulla bicicletta?
Ogni ciclista è un ciclista a sé. Quindi ognuno avrà il suo modo di trovarla. Forse serenità per un ciclista significa sintonia con la bici e con il mondo circostante

8) Qual è la cosa più bella del tuo lavoro?
Puoi decidere tu la tua velocità, in tutto. Della tua giornata, del tuo respiro in allenamento e in gara; e poi puoi stare da solo molte volte, ascoltarti e imparare. La dimensione individuale del ciclismo è un lato per me molto positivo, forse non ce ne rendiamo conto.

9) E la più brutta?
Stare via da casa.
articolo 310) Dopo la Liegi hai postato una foto in corsa dove si vede un ragazzo che sventola nel nevischio la bandiera friulana, dicendo che quella visione ti ha scaldato il cuore. Che rapporto hai con la tua terra?
Quella bandiera sulla Redoute mi veramente scaldato il cuore e fatto sorridere. Credo che a chi fa il mio lavoro possano capitare due cose: diventare un “randagio”, stare sempre in viaggio ed essere un cittadino del mondo o (ed è quello che è capitato a me) iniziare ad apprezzare, complice la lontananza, sempre di più la terra di origine. Sono sempre stato legato alla mia casa ma da qualche anno questo legame è diventato più intenso. Sento forte il bisogno di tornare.

11) E con i tuoi tifosi?
Anche il rapporto con le persone è diventato importante. A volte può sembrare impegnativo avere sempre occhi puntati addosso, anche quando sei a casa, ma quando riesci a distinguere l’affetto del vero tifoso da quello casuale e temporaneo di gente di passaggio, quello che guadagni è tanto: è energia per il tuo lavoro.

12) Hai dei ricordi particolari con loro?
Tour de france 2014, Campi Elisi, sfilata post tappa finale: dalla folla che urla e chiama un po’ tutti salta fuori a voce alta un “Mandi!” il saluto tipico nella lingua friulana che tra l’altro ha un significato bellissimo. Mi fermai e incontrai un udinese che era venuto a vedere la tappa a Parigi.

13) Chi ha cominciato a chiamarti “Il Rosso di Buja”?
A dire il vero non ho un ricordo preciso, è un mix di persone e avvenimenti. I primi, in realtà, sono stati i miei compagni di squadra Under 23 del team Friuli, in particolare i vecchi Angelo Ciccone e Fabio Masotti. Poi qualche giornalista ne ha approfittato. Metti anche perché, all’epoca e tuttora, il mio direttore e mentore era Roberto Bressan, rosso di capelli anche lui e suo tempo soprannominato “Il Rosso Volante”. Comunque mi piace molto, anche perché si ricorda sempre il mio paese.

14) Di rosso, c’è anche quel numerino del più combattivo che hai conquistato al Tour de France. Cosa ricordi di quei giorni?
Ricordo che è stato un Tour impegnativo come forse non ne farò mai, ho davvero lottato in ogni occasione in cui potevo farlo. Non pensavo al numero ma solo a trovare il giorno perfetto. Pensavo a mettermi alla prova, sia fisicamente che mentalmente.

15) Qual è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a quella giornata sul podio di Parigi?
Ho dimenticato di baciare una delle due miss…Sembrava avessi fretta di scendere dal podio. Ero emozionato.

16) Tre parole per definire la Grand Boucle?
Velocità, storia e rumoroso.

17) E tre per il Giro?
Patria, duro e romantico.

18) C’è un luogo che nella tua storia da ciclista unisce queste due corse: il Risoul. Su questa montagna hai vinto nel 2013 in occasione del Dauphinè e ci hai poi riprovato durante la tappa del Tour 2014. Cosa hai pensato quando hai visto che il Giro 2016 sconfinava proprio lì?
Mi ha fatto piacere. Inevitabilmente la memoria è andata a quelle altre due occasioni in cui ci sono arrivato. Ma sono scaramantico quindi non ne parlo tanto.

19) Il Risoul è una montagna strana, silenziosa, con i pini che la ricoprono quasi per intero e la terra secca, a tratti polverosa. Ti somiglia?
In realtà non ho ricordi così precisi della salita e della montagna. Probabilmente perché in entrambe le occasioni ero letteralmente a tutta e nel 2013 ogni cosa era avvolta dalla nebbia. Forse qualche somiglianza c’è e mi piace che sia così se la salita ha davvero quelle caratteristiche.

20) Qual è il ricordo più intenso che ti sei portato via da lassù?
Appena dopo la vittoria del 2013, subito dopo l’arrivo, quasi piangevo da quanto felice ero!

21) Come descriveresti il tuo rapporto con la montagna?
Sono decisamente più un uomo da montagna che da mare. In montagna passo molto tempo: in bici, in moto, qualche volta camminando e qualche volta in relax. La sua dimensione mi piace: per godere delle bellezze devi muoverti, devi salire, devi conquistarla. Il silenzio che trovi lì difficilmente lo puoi trovare altrove.
articolo 422) E con il ciclismo?
E’ un rapporto in continuo mutamento. Ora è molto diverso da qualche anno fa. Sicuramente la dimensione lavorativa ha più peso e importanza. Fortunatamente però le emozioni che mi dà sono ancora le stesse di quando ho iniziato. Un mix di passione, dedizione e doveri.

23) Quando hai capito che questo sport era la tua strada?
In realtà non c’è stato un momento preciso, forse alla firma del primo contratto da professionista ho realizzato in cosa fossi riuscito finalmente. Credo però di aver sempre saputo dentro di me, molto in fondo, che avrei raggiunto quel traguardo.

24) A che età hai avuto la prima bicicletta?
Credo a tre o quattro anni, giù di lì.

25) Da bambino cosa sognavi di diventare?
Non ricordo di preciso. Non ho nemmeno mai detto: “Voglio diventare un ciclista”.
Forse è una consapevolezza che è maturata lentamente dentro di me. Probabilmente perché ho avuto dei genitori che guardavano più il presente che il lontano futuro: mi insegnavano ad impegnarmi nelle cose che facevo, in tutte quante.  Forse già avevo in mente il ciclismo ma è venuto fuori quando serviva.

26) E adesso?
Ora sogno di combinare ancora qualcosa in bici: emozionare, togliermi qualche soddisfazione, avere una famiglia e fondamentalmente essere me stesso, in tutto, oltre il ciclismo.

27) Con cosa giocavi?
Con il lego. Scatole e scatole di lego. Ne ho ancora nella soffitta dei miei, a volte ci faccio un salto: è rilassante, adesso!

28) Qual è la regola più importante che il ciclismo ti ha insegnato?
Per ottenere qualcosa devi impegnarti, devi trovare soluzioni ai problemi e poi sopratutto devi imparare ad ascoltarti, capirti. Trovi tutto lì.

29) E chi ti ha dato il consiglio più importante per andare avanti?
Di consigli importanti ne ho ricevuti tanti da altrettante importanti persone. Diciamo che sono stato fortunato: sulla mia strada ho incontrato persone davvero di cuore e che mi hanno aiutato molto.

30) Chi sono le persone che ti sono state più vicine?
In questi casi è così difficile rispondere perché ti tocca sempre escludere qualcuno. Però, oltre alle persone della mia famiglia e agli amici veri e vicini che, ovviamente, mi hanno accompagnato fino a qui, due persone ci sono: Roberto Bressan e Cristiano Valloppi. Loro c’erano quando ho iniziato e ci sono tuttora. Roberto, praticamente un secondo papà, è stato il primo a credere in me e a vedere quello che tanti non vedevano. Cristiano è il mio guru della bici e degli allenamenti: mi ha fatto capire e trovare i miei limiti, allenando prima di tutto la mente.

31) Di che cosa il ciclismo non potrebbe mai fare a meno?
Delle salite.

32) La tua squadra (BMC Pro Team) ha conquistato per due volte di seguito l’Oro ai Campionati Mondiali nella cronosquadre. Quando affronti le prove contro il tempo con loro senti la pressione e quasi il dovere di dare il tutto e per tutto? Se sì, come la affronti?
Il dovere, dato dai due titoli consecutivi, si sente ma è anche vero che il meccanismo è talmente oliato che qui ti fanno sembrare semplice le cose difficili ed impegnative. E’ questo il segreto.
DSC_006433) Preferisci una fuga in solitaria o una cronometro da affrontare con i compagni?
Fuga solitaria.

34) Perché?
Perché decidi tutto tu: ritmo velocità eccetera. Però è anche vero che la vittoria di squadra ha la sua particolarità, è il cemento del gruppo!

35) Una volta in cui sei stato estremamente felice?
Sportivamente parlando? Molte volte. Il bello di fare della passione un lavoro è questo, forse. Al di fuori dello sport in un momento particolare con la mia compagna Anna. Poi un altro momento felice è stato quello di rivedere mio fratello Francesco che da anni vive in Nuova Zelanda. Lo scorso inverno sono andato a trovarlo e riabbracciarlo è stata pura felicità. Mi mancava tanto!

36) E una in cui sei stato estremamente deluso?
Quando, in alcuni casi, certe persone si sono rivelate completamente diverse da ciò che facevano credere.

37) Il sacrificio più grande che hai fatto?
Generalmente lo stare lontano da casa. Anche perché costringi ai sacrifici le persone che ti stanno vicino.

38) Meglio un buon libro o un buon film?
Un buon libro sicuramente.

39) Meglio un buon bicchiere di vino accanto al fuoco o una birra con gli amici?
Gli amici sono importantissimi. Poi direi entrambi: vino e birra sono tutti e due ottimi accompagnatori.

40) Hai qualche scaramanzia particolare?
In genere tutte quelle classiche. Ma più che vera scaramanzia è per gioco. Se un gatto nero attraversa aspetto una macchina, il numero 17 al contrario e mai il sale di mano in mano… Ma in fondo in fondo non ci credo!

41) “Io per principio non mi ritiro. Io in bicicletta piuttosto ci muoio” ha detto una volta Cadel Evans. Anche tu la pensi così?
Concordo. Non mi è mai piaciuto ritirarmi, forse perché da giovane, più che a vincere, mi hanno insegnato a non ritirarmi e non mollare.

42) Qual è la dote che un ciclista non dovrebbe perdere mai?
La perseveranza. Bisogna insistere e insistere.
articolo 243) C’è un posto, durante le trasferte in giro per il mondo, che ti ha fatto dire: “Mi sento come a casa”?
Non credo. Ho visto tanti posti belli e incontrato tante belle persone ma non da farmi dire così.

44) Chi è il tuo migliore amico in gruppo?
E’ difficile trovare un amico particolare, sono tanti in fin dei conti. Forse quelli con cui ho un rapporto più consolidato sono Matteo Montaguti perché ci conosciamo da tempo e poi Roberto Ferrari: abbiamo condiviso due divertentissimi anni all’Androni.

45) Qual è la fuga più bella o divertente che ti ricordi di aver intrapreso?
Tra tutte le fughe nelle quali ho fatto fatica, trovarne una divertente è difficile. Forse la più bella di tutte fu quella in cui da stagista, in maglia Androni, mi conquistai il primo contratto. Ero alla Parigi-Bruxelles 2010: il DS, dopo aver dato i compiti a tutti, mi disse in modo poco convinto: “Tu prova ad andare in fuga”. Dopo tre chilometri ero in fuga e ci rimasi fino a quindici chilometri dalla fine. Una liberazione in una novità: era la prima gara da professionista.

46) E quella più difficile?
Forse la più difficile è stata quella dell’anno scorso alla Vuelta, quella della tappa che ho vinto. Mi trovai in fuga dopo quasi due ore in cui avevo speso l’impossibile per prenderla. Poi, a conti fatti, mi resi conto di aver esagerato con il dispendio di energie. Fortunatamente fu così anche per gli altri.

47) C’è una corsa con la quale hai un rapporto speciale?
Forse il Giro. O magari rispondo così perché dopo tanto tempo ci sto tornando. Te lo dirò magari a Torino.

48) Cosa deve fare un bambino che sogna di diventare ciclista professionista?
Sarà banale ma secondo me non bisogna pensarci. O meglio, non pensarci troppo. E’ giusto sognare e desiderare qualcosa, ma a volte i desideri dei bambini sono i desideri dei grandi e questo è sbagliato. Un bambino deve sognare ma non vivere nei sogni. Deve pensare al presente, ad impegnarsi nelle cose giuste, negli impegni che prende, come può essere il correre in bici. E capire il valore del sacrificio. Se poi avrà le doti giuste e un po’ di fortuna magari la sua “leggenda personale” sarà quella di essere un ciclista.

49) Il tuo mantra di questa stagione?
O anche espressamente per questo Giro: “No stress“, accompagnato dal gesto delle mani che frenano, che dicono calma!

50) Una canzone da inserire nella tua personale playlist per il Giro d’Italia?
Sarà di tutti i tipi. Pink Floyd che ho ripreso ad ascoltare ora ma anche Bob Marley e magari qualche Led Zeppelin e Negramaro. Di tutto.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “50 domande ad Alessandro De Marchi

  1. Fantastica intervista, molto vera e schietta. Le domande ben articollate in ampio campo.
    Però, la furbata alla Liegi, non mi è piaciuta. Si è nascosto tra gli otto per decine di chilometri, per poi scattare in salita … e andare via da solo! Che pensava di arrivare in solitaria?
    uuummm, nel ciclismo non vanno bene quelle azioni a tradimento!

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