L’Hautacam oggi faceva paura. L’ultima e terribile tappa di montagna con l’arrivo a quasi milleottocento metri di quota dopo aver sopportato i duemila del leggendario Tourmalet. Con il suo nome duro, secco, sembrava quasi un avvertimento. Per tutti. Per quelli che lottano per un gradino del podio, per quelli che cercano la vittoria di tappa e anche per chi, in cima a queste salite, ci vorrebbe semplicemente arrivare senza dover sputare l’anima, come tocca a tutti quelli che non sono fatti per la montagna e per le strade che salgono. Ma non è detto che quando si ha paura venga meno il coraggio. Anzi, forse è proprio quando ci si sente più indifesi che viene voglia di tirare fuori tutto, anche quello che credevamo di non avere.

Mancano ancora centoventi chilometri all’arrivo quando parte la fuga. La cerca per primo Daniel Oss poi altri si accodano. Tra di loro c’è anche Alessandro de Marchi assieme al suo compagno di squadra Marco Marcato. Tre ragazzi che sembrano non avere niente in comune, eppure hanno qualcosa che li unisce in questa cavalcata da lontano verso l’ultimo gigante dei Pirenei. Daniel è un ciclista innamorato del pavè, passista instancabile e forse a queste tappe ci è poco avvezzo: le strade salgono troppo per chi ha un fisico come il suo, possente e plasmato per restare al vento per chilometri. Alessandro ha le gambe e il volto scavato degli scalatori, l’anno scorso, al Delfinato, ha vinto sul Risoul e anche quest’anno stava cercando disperatamente la sua montagna da domare. A Marco, invece, il gruppo sta stretto. E’ uno di quelli che mette spesso il suo nome nelle fughe e che in questo Tour ha fatto chilometri e chilometri davanti a servizio del Capitano Peter Sagan, alla continua caccia della vittoria.
C’è la tenacia che li tiene uniti come un filo invisibile ed indistruttibile. Una tenacia che nel ciclismo regala la forza di provarci ogni giorno, anche dopo quasi tre settimane di corsa massacrante. Provarci in una tappa dove la fuga rischiava di essere mangiata dal gruppo a piccoli morsi, piano piano, divorandosi la speranza. C’è qualcosa, in questo sport e in questi ragazzi, che assomiglia a follia consapevole che è meglio chiamare coraggio. Niente paura. O forse un po’ sì. Delle gambe che fanno male, dei crampi, della fatica, della stanchezza. Cose che sulla strada si affrontano guardando avanti, ripetendosi di essere forti, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Cose che sulla strada fanno resistere.
DeMarchi_Oss_MarcatoBuonasera Italia che torni dal lavoro e, prima ancora di farti la doccia, accendi la televisione per guardare la replica. Guarda bene questi ragazzi che parlano la nostra stessa lingua e sono stati in fuga fino ai piedi dell’Hautacam. Buonasera Italia che sei in coda in tangenziale e accendi la radio per sentire cos’è successo oggi. Ascolta la fatica che mettono nella loro bisaccia per rendere conto ai sogni. Che sono sempre grandi e faticosi, come le salite. Buonasera Italia che metti in tavola la pasta al pomodoro e ti incanti davanti a questi occhi lucidi per lo sforzo e forse un po’ per la tristezza di dover tornare in gruppo. Buonasera Italia che alzi il volume al massimo per rivedere lo scatto di Vincenzo Nibali quando mancavano nove chilometri alla vetta. Una lingua cattiva di strada che il ragazzo di Messina si mangia in un boccone, ancora una volta. Per la quarta volta. E’ in giallo, Vincenzo. E’ un italiano in maglia gialla dopo quegli anni belli che ricordiamo con dolcezza e malinconia. Arriva da solo, in cima a quel mostro che tutti temevano e indica il cuore. Quello che gli ha sempre detto di fare come sentiva. Il ciclismo non è uno sport da ingegneri. E quando lo diventa perde la sua anima. Vincenzo attacca perché la sua indole, il suo sangue, i suoi muscoli glielo impongono, è una questione di sentimento. Ascoltare il momento giusto. Ascoltarsi al di là di tutte le voci che sono impegnate a puntare il dito. Lui, il dito, oggi l’ha puntato su sé stesso. Eccolo qua Vincenzo. Ragazzo sulla bicicletta in vetta al mondo. Eccoli qua, il nostro orgoglio. Ragazzi che arrivano sfiniti dopo quella fuga che è stata un grande sogno. Il primo e gli altri. No, gli ordini d’arrivo si sgretolano. Hanno gli occhi lucidi, proprio come noi. Stasera li abbiamo tutti. Tira fuori le tue bandiere, Italia, togli la polvere, appendile ai balconi, alle finestre, canta. Parigi è vicina e parla la lingua dei nostri ragazzi, questi qui ai quali vogliamo bene e che hanno fatto vedere di saper essere tenaci e coraggiosi oltre sé stessi. Si può essere felici. Si può essere orgogliosi.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

7 replies on “Buonasera Italia.

  1. devo però dire che, come nel caso di molti altri campioni, il mio orgoglio italiano cala di brutto quando penso a dove è residente e dove paga le tasse..

  2. Ciao a tutti…..sono ancora io…..ho avuto l’onore, il piacere e il privilegio di poter
    leggere il manoscritto ” chiamiamolo così ” del secondo libro di MIRIAM. Mi è piaciuto
    moltissimo. Emoziona e coinvolge e non vedi l’ora di avere un po’ di tempo per leggere, leggere, leggere e sapere cosa succederà nella vita di Brando, il ciclista
    protagonista del romanzo……se avete già letto VOCI DI CICALA sapete di cosa sto parlando.
    AIUTIAMO MIRIAM A TROVARE UNA NUOVA CASA EDITRICE……..

  3. Bell’articolo. Ti seguo spesso, ma questo articolo me l’ero perso. Questa frase: “Il ciclismo non è uno sport da ingegneri.” mi ha coinvolto e poiché la ritengo superficiale non posso esentarmi dal commentare.
    E’ naturale che in un blog come il tuo (permettimi di darti del tu, siamo coetanei), ricco di emozioni e sentimenti non ci sia tanto spazio per la matematica e la fisica, discipline che sono dipinte sempre più come aspetti crudi, sterili e lontani dalla vita quotidiana. La matematica (cuore pulsante dell’ingegneria, croce e delizia dell’ingegnere) pervade la nostra vita, più di ogni altra cosa.
    Numeri, tabelle, grafici, calcoli, stime, analisi.. mille aspetti diversi che hanno a che fare con il ciclismo e che hanno come comune denominatore i numeri. Gli stessi numeri che ti danno un confronto diretto od indiretto con gli avversari virtuali nelle fredde giornate di preparazione di dicembre, con i risultati ottenuti negli anni passati o con le tue capacità massime, giusto per fare un esempio. La vita di un ciclista professionista è dettata dal rigore della matematica, della fisica e dalla scienza biomedica. Non ci si scappa. A queste vanno aggiunte senza dubbio le innate capacità individuali come la forza d’animo, la capacità di sopportazione, la resistenza psicofisica, la caparbietà, la grandezza di cuore, le capacità d’apprendimento e molte altre. Il ciclismo rappresenta una delle più alte forme di attività umane che riesce ad unire in modo inscindibile ed indissolubile i mondi, da sempre ritenuti separati, del lato umano/umanistico e scientifico dell’uomo stesso. La poesia di questo sport è garantita proprio dall’approccio matematico che esso ha. Matematica fredda e calcolatrice ( pessima questa battuta 🙂 ) che è la struttura su cui si basano le emozioni ed i sentimenti, caldi e colorati, che proprio tu sei brava a raccontare ed esprimere attraverso le parole.
    Quindi permettimi di rivedere la tua frase, affinché io la possa riscriverei come “Il ciclismo è uno sport da ingegneri.. ..con una grande anima”.
    PS: se non si era capito: sono un ingegnere. 🙂

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