Per tutti noi c’è qualcosa, un suono, un profumo, un colore, per cui saremmo disposti a dare tutto. Ad avere la testa dura, a sbattere contro gli ostacoli, a rialzarci anche zoppicanti. Ad andare avanti: testa e cuore verso quella meta. Per Joop Zoetemelk, olandese dagli occhi azzurri e dal naso affilato, che era stato soprannominato il “nuovo Binda”, quel “qualcosa” era il Tour de France: il giallo della maglia che sfila lungo gli immensi campi dorati a luglio, il profumo dell’asfalto caldo, il suono della bicicletta sugli Champs Elysee e le voci di Parigi che abbracciano durante l’ultima passerella.

Ma la storia di Joop non è la solita. Forse, si può dire, assomiglia ad un romanzo, dove il protagonista deve aspettare pagine e pagine prima di essere felice. Dal 1970 in poi, in molti parlano di lui: è l’anno del suo primo Tour che conclude sul secondo gradino del podio di Parigi. Non male, visto che davanti a lui c’è un nome che fa paura: Eddy Merckx
E Joop sarà uno dei tanti che avrà su di sé l’ombra del campione belga, che dovrà scontare il fatto di essere ciclista nell’epoca del “Cannibale”. Ma l’olandese non si scoraggia, sa che ha le gambe da scalatore, magre, nervose, con un bel colpo di pedale e la testa. Una testa da ragionatore. La determinazione lo porta ad essere il favorito per la Grande Boucle del 1974: vince la Parigi – Nizza, la Settimana Catalana e il Giro della Svizzera Romanda. Tutti aspettano luglio per sapere se Eddy dovrà lasciare la maglia gialla a Joop. A maggio, però, durante il Midi – Libre, il profumo degli Champs Elysee viene portato via da un’automobile parcheggiata male. Cadono dodici uomini e tra di loro c’è anche Zoetemelk. Non è un incidente qualsiasi, per lui: viene trasportato all’ospedale di Surenves, si parla di una frattura del cranio. E’ moribondo. Ma nonostante il fisico apparentemente sottile, ha la scorza dura: da quel brutto scontro con l’asfalto si riprende presto, quasi miracolosamente e il gruppo lo ritrova presto in corsa. Ma non è più lo stesso. Si sottopone a delle cure che gli fanno calare i globuli rossi e ogni piccola asperità lo fa soffrire, non sopporta l’altitudine. Ma quel profumo, quello di Parigi, è tornato: Joop Zoetemelk pensa ancora alla maglia gialla e non vuole mollare, non vuole lasciare quel sogno che è così bello da accarezzare ma che sembra così impossibile da raggiungere. Un medico si accorge che quello che serve all’olandese sono nuovi globuli rossi e, così, la strada è di nuovo libera, di nuovo pronta per pedalare. E’ una resurrezione: Joop ricomincia tutto da capo e, nei romanzi, questo sarebbe il momento per il successo. Invece no. Perché nel 1976 ci finisce Van Impe, sul primo posto del podio francese. Poi è la volta di Bernard Hinault. E nessuno spera più che l’olandese possa arrivare a Parigi in giallo. Nessuno tranne lui. Perché oltre al fisico, di ferro, Joop di quel metallo duro, resistente, ha anche la testa. Capisce che, da solo, il Tour non lo si vince, che ci vogliono dei compagni fedeli, una squadra combattiva. Nel 1980 Joop percorre gli Champs Elysee, finalmente, senza rimpianti. Davanti a lui non c’è nessuno, sente la maglia adorata sulla pelle, la solennità di quel pavè che ha ascoltato le ruote dei campioni. E l’inno, il gradino più alto che, quel giorno, sembra avvicinarlo al cielo.

Zoetemelk non finì la sua carriera con quel Tour. Sulla soglia dei quarant’anni, a Giaviera del Montello, nel 1985 vestì la maglia iridata, scavalcando tutte le convenzioni sociali che definiscono un ciclista di quell’età “finito”, camminando sulla fiducia in sé stesso e su quella che le persone accanto a lui gli avevano dato. Con la terra che il mondo era pronto a buttare sulla sua carriera, lui ha costruito una medaglia. E’ questo, credo, che lo ha reso speciale: questa vicenda così umana, così paziente. Questo desiderio continuo di riscatto, di togliersi di dosso le ombre e pedalare al sole. Pedalare verso quel “qualcosa” fatto di profumi, di suoni, di colori che accarezzano il cuore. Come, alla fine, dovremmo fare noi, nella vita di ogni giorno perché se “qualcosa” ci accarezza il cuore significa che ha le mani pulite per arrivare a farlo. Significa che quei profumi, quei suoni, quei colori sono per noi.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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