I tifosi, quelli veri, quelli che sulle strade, durante le corse, portano i piedi ma anche il cuore, spesso, sono poeti. Poeti distratti, inconsapevoli. Sì, perché i soprannomi dei ciclisti glieli cuciono addosso loro, con il filo e l’ago delle loro imprese. E’ stato così anche per Fiorenzo Magni che ancora oggi, per tutti, è il “Leone delle Fiandre”.

Nel millenovecentoquarantanove il Giro delle Fiandre era, da tempo, proprietà dei belgi. I padroni di casa avevano quasi sempre messo sul podio la loro bandiera, quella nera gialla e rossa. Fiorenzo Magni aveva passato quell’inverno ad allenarsi in pista, a dispetto di chi dice che questa specialità non serve nella formazione di un corridore, e sentiva una grande condizione. Il dieci aprile, alla classica del Nord, si presentò da solo: al suo fianco un meccanico e un giornalista.

Fiorenzo aveva accarezzato la vittoria in quella corsa per tutto l’inverno e aveva preparato i materiali come si preparano i vestiti belli per il giorno della festa. Le ruote in legno stagionato e i tubolari speciali per affrontare l’inferno del Pavè e la gommapiuma intorno al manubrio per tentare di rendere più docili al corpo tutti gli scossoni di quelle strade dissestate, che non sono fatte naturalmente per la bicicletta.
Piovigginava, quel giorno, e c’era anche un po’ di nevischio. Tempo del Nord, che rende il pavè un suicidio. E Fiorenzo Magni era lì, al via della sua avventura in solitaria, con le tasche piene di tartine e thermos di thè zuccherato, bollente. E quasi nessuno, dei corridori accanto a lui parlava italiano. Tutti belgi, tutti cavalli purosangue pronti a galoppare via. La fuga di Fiorenzo partì a metà della corsa: prima con cinque corridori, poi solo. Solo su quel tremendo pavè che non era come quello di oggi, solo sul Grammont. Il Grammont che è chiamato “Il Muro” per eccellenza,  il tratto di salita lastricato più difficile dei circa quindici della corsa: quelli che rendono il Fiandre massacrante e spettacolare assieme. Quelli che fanno capire come il ciclismo sia, alla fine, un uomo sulla sua bicicletta. Ma la fuga non dura, dopo settanta chilometri viene ripreso da una ventina di corridori. Il sogno sembra sfumare, il traguardo svanire e Fiorenzo Magni tornò ad essere uno dei tanti. Ma le gambe non lo abbandonarono e all’arrivo fu lui a tagliare il traguardo per primo, in una straordinaria volata di potenza. Dietro due belgi, Olivier e Schotte, che dopo trent’anni di successi furono costretti a lasciare un’altra bandiera sul podio.

Fiorenzo Magni tornò a vincere il suo amato Fiandre anche nei due anni successivi e fu il primo italiano a mettere la firma sull’albo d’oro di questa corsa. E i tifosi gli hanno regalato questo soprannome. E’ il suo e gli sta bene: parla del suo cuore coraggioso e della sua vittoria solitaria, con le sue gambe e con la sua mente. Un ruggito italiano dove si erano sempre parlate altre lingue.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “Fiorenzo Magni e il Fiandre 1949: l’anno Leonino

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