Sono quattro anni che non torno qui. Il supermercato, il fast food, viale Toselli, il castello e il palio sono ancora quelli, perché – come dicono in qualche pubblicità – certe cose non cambiano mai. Io un po’ sono cambiata ma di sicuro non nel mio stupido modo di pormi sulle cose – novanta percento cuore e dieci cervello, se va bene – nella mia attitudine di vomitare tutto quello che sento senza ritegno. Ma ho già pagato le mie sanzioni, non rompetemi le palle.
Legnano oggi è tutta controluce, le persone sono sagome nere con il contorno disegnato dal sole, come se fosse un’aura. Se fosse così facile vederla, certa gente sarebbe veramente spacciata. Ma il ciclismo sa svelare le cose come pochi altri al mondo, in un attimo ti riporta a quello che di te avevi perso e ti dice anche che sei stato scemo, che è un peccato grave ignorare i regali che ti fa la vita.

Il Piccolo Stelvio ha poco a che vedere con quello originale: pareti di pietra che si ergono sopra i tornanti dall’assoluto nulla, circondati dalle vecchie case che emergono dai boschi di qui che fanno pensare ai Fratelli Grimm o qualcosa del genere. Pensi sempre che dietro le porte di legno erose dal tempo ci siano nascosti segreti o delitti. Ma ai corridori non gliene frega niente di queste cose, sopra, nel piccolo agglomerato di case, c’è una via che si chiama Delle Madonne ed è esattamente così che funziona, quando arrivi in cima vuoi solo bestemmiare. Ma allora perché tutto questo dolore? Ognuno si purifica come può, ognuno dimentica come può.

Guardo una cavalletta sul filo di una transenna, non so perché mi colpisce come se qualcuno mi avesse chiamato e mi avesse detto di girarmi. Pazzesco, c’è solo un insetto. Ma dov’è finita la nostra parte sensoriale, adesso? Perché il collegamento con l’altrove funziona come il maledetto 3g quando sei in un luogo sperduto? Di cosa abbiamo bisogno per tornare a sentire?
Mentre la gente con le maglie di lana sta soffocando in questo caldo anomalo e i corridori salgono come un serpente inesorabile, penso che a volte uno vuole sentirsi dire un sacco di cose e in cambio ha solo il silenzio.


Adesso il deja-vu è lungo quanto Viale Toselli – compresa la scia di potenza della volata – una lunga ninnananna che si ripete e tu non sai se dormire o starla ad ascoltare. Ci sono veleni e ci sono antidoti, e poi c’è la luce, una cosa che non si spegne mai e sì, è questa la nostra parte collegata con l’altrove. Non ci sono sagome nere, l’energia è un fiume, l’aura è di nuovo chiara, esattamente come quando siamo venuti al mondo.
Pura.

L’autostrada è piena anche se non è ora di punta, ho giusto il tempo di dire a me stessa che sto diventando grande e forse su certe cose è ora di fare sul serio. A casa il cielo esplode in uno di quei tramonti che ti fanno pensare all’autunno, all’odore di caminetto quando nei boschi sta diventando buio. Ottobre sei un incendio. Sei la luce che ancora esiste dei nostri sogni in frantumi. Il salto nel buio, la coda della fenice mentre brucia e ancora continua a volare nella sua vita futura.

Per i nativi americani la cavalletta è messaggera di buone nuove. Secondo la spiritualità, questo insetto può essere invocato come animale totem quando si ha bisogno di un pizzico di visione “extra-sensoriale” oppure quando si vuol chiedere aiuto per avanzare nella propria vita con grandi balzi di fede e coraggio.
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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