La strada si inerpica solitaria tra la macchia mediterranea e le rocce rosse spaccate dal caldo o dal tempo – chi può saperlo – i solchi fanno ancora più impressione su queste pareti a picco sull’asfalto nuovo, appena rifatto. In macchina i fotografi parlano di cose che io ascolto a tratti, ho sonno, chiudo gli occhi per un momento e quando li riapro c’è una triste distesa di alberi neri. C’è stato un’incendio qua, l’anno scorso, che ha devastato il parco naturale. Si vede perfettamente dove è passato il fuoco: le cortecce sono scure, lucide, rivestite dal bacio mortale delle fiamme. 
Nessun segno di vita. 

Da questo posto si vede l’Andalucia magica distendersi per chilometri, il mare azzurro che traccia la linea dell’orizzonte, le rocce desertiche e poi le stradine che l’attraversano – disperse nel nulla – che frugano nell’interiorità di questa provincia così vasta che ci vogliono ore per andare da una parte all’altra. Dal traguardo scendo per un pezzetto fino a che le transenne – e la gente – spariscono. Fino a quando il bosco si apre d’improvviso sulla valle. Guardo le pigne nere ai bordi della strada e i tronchi segnati, così come altrove anche qui è passata un’aura nera che ha spento la luce e si può vedere perfettamente il confine tra la vita e la morte: da una parte gli aghi ancora verdi e dall’altra i rami seccati. 

Il ciclismo vuole sempre vedere fino a che punto sai soffrire, vuole portarti oltre. Per il resto, è talento e fortuna ma la fortuna a volte è anche una questione di scelte. A volte è quando prendi una strada senza rimpianti. A volte le cose vanno bene semplicemente perché sei al tuo posto. Ma tutto questo il ciclismo lo sa, ti colpisce alle costole quando vuole che tu ti rialzi e ti dice “ti voglio bene” sussurrandotelo all’orecchio.
Non è colpa dei pini se l’incendio se li è mangiati, non è colpa di nessuno se non siamo predisposti a guardare in faccia la verità.


Arriva la corsa e i raggi del sole squarciano la desolazione del bosco. Per quanto il buio possa essere intenso, non c’è mai modo di impedire alla luce di entrare dai piccoli squarci dell’esistenza. 

Mentre scendiamo, le nuvole sono sparite e l’orizzonte è limpido. Laggiù in fondo si intravede la sagoma della costa marocchina, azzurra ed eterea come un sogno da oppio. 

Alcune specie della macchia mediterranea - come pini ed eucalipti - si sono propagati sulla Terra grazie agli incendi. Le fiamme infatti riscaldano le pigne che così si schiudono e lasciano cadere i semi che sopravvivono per far nascere nuovi alberi e permettendo così alla distruzione di lasciare spazio alla vita. 
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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