La strada si snoda in una gola profonda di roccia, sopra è impossibile distinguere i picchi del Picos d’Europa perchè le nuvole basse fanno sembrare questo posto uno scenario impressionistico, con tutte le case addossate alle pareti rocciose dove sembra veramente impossibile vivere. Isolati da tutti, con le cascate che piombano da chissà dove sulla strada e il sole che sembra non arrivare mai. Poi però le nuvole se ne vanno, sprazzi di azzurro rendono i gerani ai balconi ancora più rossi e un tipo dice di chiedere a Marisa – praticamente una specie di istituzione di questo paesino di due anime – se vogliamo un panino da portar su al GPM. Lei ce lo incarta e io lo vorrei già mangiare in tre bocconi dato che non ho neanche fatto colazione. E sono le due. Fuori la bellezza selvaggia e ruggente delle Asturie esce per un momento dalle nuvole, stordendo tutti, meno che quelli abituati a vivere qui. 

A un chilometro dalla vetta, le nuvole corrono sopra i pascoli dove le mucche tintinnano le loro campanelle nel vuoto delle cime. Un bambino con la nonna offre dei biscotti al sapore di burro ed è strano guardare le macchine dei team salire per i tornanti della montagna. Guardo le curve dall’alto, l’asfalto nero circondato dai pini e dal freddo pungente. Penso ad altro. Perchè il sentimento più intenso che abbiamo deve per forza essere la nostalgia?
Sono formiche i fuggitivi che salgono lentamente per i tornanti che sembrano fluidi da quassù. Cazzate. Da laggiù la montagna è semplicemente un posto infernale e il passo è una specie di gigante irraggiungibile. La carreggiata così grande e tu così piccolo, ad ogni curva un’altra e poi un’altra senza fine. Senza nessuna fine. All’arrivo sei talmente svuotato che neanche ti ricordi cos’hai fatto. E meno male, ricordare è un proiettile nel petto.

A Oviedo ci sono le conchiglie sparse ovunque, la gente ci passa sopra per andare a bere il sidro, forse ci pisciano sopra i cani ma loro continuano a brillare, formano la costellazione del Cammino, una strada luminosa nella notte per ritrovare sé stessi. Una piccola concha per dirti che può capitare di sentirsi persi ma tutto questo ci porterà ad orizzonti dorati, in ogni caso abbiamo il necessario per seguire la rotta, qualunque essa sia. 

La conchiglia - concha in spagnolo -  è diventata il simbolo di chi percorre il Cammino di Santiago. I pellegrini dei primi secoli concludevano il Cammino arrivando fino a Finisterre - fine della terra fino ad allora conosciuta - dove raccoglievano le grandi conchiglie che oggi chiamiamo capesante e che venivano cucite sul cappello o sul mantello a testimonianza di aver compiuto 	quel lungo viaggio spirituale.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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