I profili azzurrini delle colline si stendono a perdita d’occhio, come se non potesse neanche esistere un altro mondo al di là da esse. Con le loro righe ondulate, i campi assomigliano a quei centri concentrici dei giardini zen che  servono per isolarsi dall’universo ma qui il silenzio non riesce a cancellare quell’urgente ansia con cui la società moderna ci impone di vivere. Nuvole di polvere si alzano dalle strade di campagna e l’elicottero mette un luccichio sopra di esse come quando il sole riverbera su una finestra lontana. Gli antichi scozzesi direbbero che si tratta del sorriso di una fata ma questa corsa ha poco a che fare con esseri eterei di altre dimensioni. 

L’ultimo tratto dello sterrato di San Martino in Grania corre lungo un crinale aperto dove il vento taglia in due e la polvere fa sembrare questo posto lo scenario di una battaglia campale dove i cavalli arrivano correndo nelle nuvole e i Sioux sui crinali li osservano con terrore e coraggio. Ma in questo luogo fuori dal tempo e dallo spazio, i pellerossa e l’uomo bianco si amano, la terra non è mai stata usurpata ma è stata condivisa, la strada immacolata è il loro tatuaggio scritto con il sangue, per un legame eterno. Quando le nebbie si diradano, lasciano solo una ferita: quella di aver avuto solo pochi istanti per guardarsi negli occhi di nuovo. 

Tadej Pogacar è già in testa da più di venti chilometri quando la corsa scuote la campagna costellata di olivi argentei di Colle Pinzuto. Lui è un fantino sul suo cavallo e dà alla gente lo spettacolo che sognano tutte le notti. Prima di puntare le sveglie, di andare a lavorare, di bestemmiare nel traffico, loro pensano continuamente a quando saranno nella mischia, sul filo del coma etilico, a bere tutta quell’adrenalina di colpo. Lo pensano mentre si mettono la cravatta alla mattina, prendono il caffè ascoltando tutte le minchiate dei loro colleghi e annuiscono con la testa. Se loro li guardassero meglio negli occhi, vedrebbero solo questa scena qua, un uomo solo al comando che attacca a cinquanta chilometri dal traguardo. 

Si allungano le distanze tra il gruppo inseguitore e gli altri, prima gruppetti poi corridori solitari tra le schiene e il fine corsa. La gente non si muove, è sacro aspettare tutti, è una regola non scritta, quel tipo di regole che valgono più dei decreti. Poi l’ultimo passa veramente e loro si vendono la voce per incitarlo. Per lui Siena è più lontana che mai ma sorride perché sa di contare come i primi per quei Sioux dispersi per gli sterrati. Un ragazzo che si è accampato là dietro con gli amici, lo incita con una birra in mano. Dice “fallo per la Toscana” ma forse gli verrebbe da aggiungere: “e per il mondo intero”. Fallo per noi, per resistere a denti stretti finché riavremo il nostro sole. Le eclissi non hanno il potere di farci abituare al buio, piuttosto di ricordarci quanto abbiamo bisogno di luce. 

Un raggio di sole trafigge la bottiglia ambrata della birra. I tre ragazzi guardano verso la grande palla infuocata che getta le ombre del pomeriggio sulle Strade Bianche e riverbera dolcemente tra gli olivi. Il vento si è placato, il pomeriggio dorato veglia questi druidi al loro tavolino da campeggio mentre parlano a voce alta.  Non c’è fretta di tornare, non c’è fretta di andarsene.  Si mettono una felpa nelle ultime luci del tramonto, brindano alla speranza di aver onorato la vita, almeno per un giorno, di aver usato il tempo senza farsi usare da esso, bevendo con gli amici, tifando gli ultimi, benedicendo ogni singolo momento sulla strada. Così scenderà la sera e forse noi, tra qualche anno, ringrazieremo anche questa eclissi sulle colline, perché ci sarà servita a capire che certe luci sono eterne. 

Nell’antico sciamanesimo druidico l’eclissi di Sole aveva un ruolo spirituale molto importante, tanto da aver costituito il simbolo esoterico conosciuto con il nome di “Sole Nero” che rappresenta la luce dello spirito e della coscienza umani che, nonostante sia momentaneamente offuscata dalle imposizioni sociali e culturali, continua a splendere senza spegnersi mai.
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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