Sono le nove e quarantacinque e mi sembra di essere sveglia da dodici ore. In realtà sono solo cinque e, in questo arco di tempo, ho percorso mezzo Nord-Ovest per ritrovarmi all’uscita di Genova Bolzaneto infilata come un hot dog in un panino di camion. Mentre scorgo da lontano i pilastri punteggiati dalle luci del nuovo ponte Morandi, penso al fatto di vivere in un mondo dove i politici sono pagati 10.000 euro e i vigili del fuoco che scavano a mani nude per salvare vite dopo le tragedie contano su uno stipendio da fame. Perchè siamo così irriconoscenti verso gli eroi? Perché crediamo di aver bisogno di qualcuno che ci governi piuttosto che di qualcuno che ci liberi? Così, mentre il mare luccica – proprio come in una canzone di Lucio Dalla – allo stesso tempo mostra il volto più crudo e becero di questo Paese disgraziato, dove gli sciacalli banchettano ogni giorno senza ritegno e la gente pensa di essere felice solo per i privilegi che gli sono stati concessi. 

Due ore dopo, il vento della Riviera che congela la faccia anche in primavera, scuote le palme del lungomare di Alassio, dove la gente guarda la distesa blu dalle panchine. Oramai sono in ritardo per arrivare alla partenza, l’Aurelia è chiusa e il beffardo sorriso del coniglio del minigolf sorveglia l’inizio della stagione italiana. Gli occhi spalancati su una realtà che abbiamo evitato per tutto l’inverno con la consapevolezza che ognuno di noi in fondo preferisce non pensare alle cose piuttosto che affrontarle. 

Erano anni oramai che il cielo non era così terso sopra questa corsa. Dal GPM, la conca di Laigueglia sembra una cartolina per lo zio in America. I limoni così gialli contro il blu del mare che mette una linea netta sull’orizzonte, i colori luccicanti degli olivi che si mescolano alla mimosa nei giardini delle case costruite sulla roccia, come un castello delle favole, fatte per far scrivere poesie. Il gruppo ha un ritmo altissimo – meno di venti minuti a giro – e i passaggi scivolano via come sabbia nelle mani di un bambino. Una volta questa salita era selettiva, adesso sembra più un trampolino di lancio dove buttarsi senza paracadute.


Evitare il più possibile il dolore, è questo che cerchiamo di fare, come se stessimo ancora giocando a palla avvelenata nel cortile dell’oratorio – citando me stessa. A volte dimentichiamo che a renderci diversi è proprio la capacità di gestirlo e non c’è guru migliore del ciclismo al quale ispirarsi.
Sul traguardo non c’è un vincitore ma solo tre ragazzi che si abbracciano. Se solo potessimo scegliere in che mondo vivere, sarebbe più o meno così, un posto perfetto dove gli uomini non sono divisi dalle leggi, dalle pandemie, dalla smania di competere, dalle guerre, dalle ipocrisie perbeniste. Ma il mio di guru, una volta, ha detto: “If all the world were love, then, how could love exist?

Per tornare a casa, faccio la Costa, tutti i paesi della Riviera che si immergono nella luce violetta del tramonto, le rocce a picco con le agavi trionfanti e le spiagge grigie che il mare si mangia inverno dopo inverno.  E’ buio pesto quando arrivo al 45esimo parallelo che divide a metà l’A21 e la pianura  tutt’attorno.
In fondo siamo sempre a metà strada tra quello che ci ha incendiato il cuore e quello che ce l’ha ghiacciato. Che poi sono due poli dello stesso universo.

 

Il 45° parallelo attraversa cinque continenti, questa linea immaginaria si trova esattamente equidistante fra il Polo Nord e l'Equatore: 5000 chilometri da entrambi i punti. 
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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