Nonostante abiti in Lombardia praticamente da quando sono nata, non credo di aver mai visto la tangenziale senza traffico e la domanda che mi faccio ogni volta – del tipo se sia nato prima l’uovo o la gallina – è quanto cazzo prima si debba partire per non arrivare in ritardo.
Il temporale delle sei – e altri fatti che mi giravano nella testa la sera prima – mi hanno fatto alzare male ma inspiegabilmente la musica di disco radio alle dieci di mattina e l’azzurro del cielo che si apre verso l’orizzonte mi danno la strana sensazione che tutto prima o poi andrà per il verso giusto.

A Magenta c’è il sole dopo due giorni di pioggia e io mi sento come quando addenti la prima fetta di pizza con il formaggio che cola ovunque. Oramai sono abituata a queste montagne russe, un momento a testa in giù nel vuoto a fartela sotto dalla paura e un altro a volare sovraeccitata da tutto. Ma adesso quel maledetto bastardo di un ciclismo mi rassicura sul fatto che in fondo non ha mai voluto fregarmi davvero, forse sta persino cercando di insegnarmi la tattica giusta, a suo modo. Le nuvole sono aironi bianchi sopra il cielo grigio azzurro di ottobre mentre i topinambur costellano i campi qua e là, come malinconici dolci segnali del finale di stagione.

Superga è sempre lì, a vegliare la salita come se fosse anch’essa una cosa sacra – in realtà lo è. Per elevarti devi soffrire. Sopra gli altri, sopra te stesso. Un viaggio nelle profonde viscere del dolore. E non importa se stavolta al passaggio quassù passano come schegge, la salita fa male lo stesso. Non so cosa sia e dove sia ma di sicuro c’è un posto nella testa che sa gestire i punti di rottura e ti fa andare oltre te stesso, mi piacerebbe sapere qual è l’immagine che vedi quanto tutto intorno diventa bianco, l’ultima prima di crollare o prima di scattare. Non c’è da stupirsi quando scatta Roglic e lascia tutti lì, certe vittorie sono quasi scontate, non è tanto l’avere benzina ma avere qualcosa nella vita che l’accenda.

Mangio un Magnum al doppio cioccolato e nocciola mentre guardo verso Torino luccicante nel sole del pomeriggio, i tetti che brillano come la vena del fiume là in fondo e poi il contorno azzurro delle montagne che la circondano dappertutto. Due tipi di fianco a me dicono che da qui si vede persino la Sacra di San Michele ma io non riesco a scorgere niente. Eppure laggiù da qualche parte passa la linea magica che ha squarciato il buio, un colpo di spada diretto capace di riportare la luce, questa luce qui del tramonto di ottobre che trapassa le foglie dei castagni, che fa intuire come esistano posti dove le linee si uniscono, dove l’energia continua a fluire incontrollabile per sempre.

La Sacra di San Michele è uno dei simboli di Torino ed è uno dei sette monasteri costruiti esattamente alla medesima distanza uno dall’altro, uniti da una retta che - secondo la leggenda - rappresenta il colpo di spada che il Santo inflisse al diavolo per rimandarlo agli inferi. All’interno dell'abbazia è stata individuata una piastrella del pavimento di colore più chiaro dove si percepirebbe nitidamente la potente energia della linea magica. 
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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