Mi arrampico sul cornicione della facciata di una chiesa, proprio all’angolo dove sbuca la stretta stradina in pavé. All’ombra fa freddo e al sole fa caldo, è settembre ma sembra giugno, una placida mattina di giugno con l’odore intenso delle frites che si mischia alla birra rovesciata sui marciapiedi. L’odore del Belgio nelle giornate migliori, di quando passa la corsa e non riesci a credere che così tante persone possano essere così innamorate di qualcosa da aspettare alla transenna per ore, ingannando il tempo con l’alcol e i cori da stadio. O forse sì, forse è esattamente qui che lo capisci. Un tipo minaccia ridendo che se vincerà di nuovo un italiano, i belgi non ci parleranno più. I suoi figli mi fanno spazio sul cornicione e lui mi dice che se amo il ciclocross non dovrei perdermi per nessun motivo al mondo quello di Zonhoven, una fottuta arena naturale disegnata più per il motocross che altro. E io già me lo immagino, già sento che tutto questo mi è mancato senza saperlo, che ognuno di noi ha bisogno di un oasi dove andare a meditare in pace, ogni tanto. Un posto dove puoi sentire il rincuorante profumo dei waffle alla mattina, dove mettere strane cose alle finestre, gatti di porcellana, vasi con orchidee e poi chiudere le tende, restare ad occhi chiusi o guardare le stelle in certe notti nella campagna.

Il silenzio di questi pensieri viene rotto dal boato delle persone che hanno riempito la curva. Gridano Wout Van Aert fino a farsi spezzare la voce, rossi paonazzi per le birre o per l’eccitazione. Loro ancora non lo sanno che questo circo di circuito li fregherà tutti. Uno con la testa di cavallo suona una specie di tamburello in legno, si richiamano tra fazioni, da una parte e dall’altra. Passa la corsa. Le persone si ammassano nei punti più stretti, i passaggi tra le transenne e i muri si chiudono come una calle durante il carnevale. Chiedo ad un tipo che sta slegando la sua bicicletta da un palo se sia possibile tagliare da qui verso la linea d’arrivo, mi spiega con un impeccabile accento British che sì, si può. Go straight. Straight. Straight. Vado dritto, il vento sposta le nuvole, improvvisamente sento qualcosa come un vuoto sul lato destro, un vortice di silenzio, un buco nero che mi chiama. Mi giro, c’è una specie di portone aperto dal quale si intravede un posto incantato di case tutte uguali, piccoli canali, fiori gialli e una cattedrale che suona l’ora con una musica da carillon. Entro. Nessun rumore, vuoto totale mentre la vita scorre ancora là fuori, gli altoparlanti della corsa giungono ovattati come quando ascolti i suoni dopo una nevicata e le nuove costruzioni della periferia si intravedono solo in lontananza, nascoste dagli alberi. E’ strano camminare in una pozza di silenzio durante il giorno probabilmente più rumoroso dell’anno, eppure è così che facciamo, continuiamo a cercare qualcosa che ci dia la pace dentro al caos, qualcosa che unisca tutti i puntini per comporre un disegno vero.


Fuori da lì, il commento della corsa continua a fluire in tre lingue e crocchi di famiglie sono sedute nei vicoli con un tavolino dove è appoggiata la tv, mille cavi che passano per le finestre, le casse, le bottiglie vuote. Un campo di battaglia dove la battaglia non è come quella che si aspettavano. Wout immobile come una statua di sale e il ciclismo che gioca la sua partita a carte come solo lui sa fare, come se ci fosse qualcun altro a decidere le mosse, sopra di tutti. Così, mentre il sole dolce del pomeriggio lancia lunghe ombre sulle facciate delle case, mi sembra che questo finale sia una gigantesca allegoria che racconta di quanto può essere bastardo questo sport con chi lo ama profondamente. Io lo so e anche loro. Ma continuano imperterriti a comprare le bottiglie in casse da sei, a scegliere musica house su Spotify, nonostante tutto.

Guardo la gente che va verso casa, come sempre immagino dove andranno, chi troveranno ad accoglierli, di cosa parleranno stasera e cosa mangeranno per cena. Il D-Day è stato un devasto, un francese ha corso come un belga e non ci saranno più giorni uguali a questo in cui riscattarsi, a meno di non mettere insieme cinque classiche in un giorno solo. Ma ci sono ancora oasi di pace in questa piccola nazione che al ciclismo ha dato tutta sé stessa. Ci sono ancora luoghi dove fermarsi e percepire il proprio destino, sentire l’esistenza scorrere senza sapere dove ci porterà. Fiori gialli sbucano dagli angoli. Per la prima volta dopo molto tempo, adesso ho bisogno di una birra.

"Il Grande Silenzio" è un film western del 1968 dove un bandito muto aiuta un intero villaggio a combattere contro le autorità locali corrotte e tiranniche. Quando i produttori scoprirono che il finale prevedeva la morte da martire del protagonista, pretesero una conclusione alternativa che risultò tuttavia poco credibile e si tornò alla più cruda soluzione iniziale, reputandola più idonea per il messaggio che doveva trasmettere. 

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

4 risposte a "Il grande silenzio"

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