Sono le dodici e mezza di domenica, Trento è per metà chiusa nella dolce e terribile stretta dell’ultima corsa dei Campionati Europei, come sono chiusi metà dei suoi negozi, motivo per cui finiamo in un desolante bar all’angolo che fa toast con tre strati di pan brioche conservati nella pellicola trasparente. Mentre lo mangio di malavoglia – con qualcosa bisogna pur stare in piedi – penso che avrei dovuto prendermi anche una Coca-cola per buttare giù questo mattone. Poi però mi viene in mente che anche i ciclisti mangiano in corsa, un panino o una tortina in tre bocconi, senza smettere per un secondo di fare fatica. Dal Belvedere di San Francesco vedi tutta la città con la sua mescolanza di squallidi palazzi a dieci piani e di sognanti dimore storiche. Da qui vedo tutta la mia assurda storia con il ciclismo, come quando ripercorri la tua vita nei dieci secondi prima di schiantarti al suolo. I miei dieci secondi sono cosi lunghi che ho persino dimenticato quando ho iniziato a cadere. Quello che mi ricordo benissimo è chi mi ha spinto di sotto, ma questi – come si dice – sono dettagli.

Arriva la macchina di inizio corsa e una sciabordata di foglie secche corre lungo i marciapiedi. Ancora aspetto e ancora riassaporo. E’ lontano il giorno in cui mi sentirò così spaesata da non amare più gli interminabili vuoti prima del passaggio, in cui mi sento in viaggio senza muovere un passo, così vicino e così lontano. Rotolano le castagne matte lungo la linea bianca della carreggiata come piccoli organi appuntiti: solo poche cose riescono a squarciare le nostra corazza, alcune di queste sono capaci di fare sgorgare la luce, altre solo il sangue. Tre giri al termine, il sole cambia colore e la città anche, i vicoli si riempiono di ombre e dalle transenne sale il tum tum tum degli indigeni che sono tornati ai loro riti di sempre.

Non c’è un prima o un dopo nelle cose, soltanto un come eravamo e che cosa ci ha cambiato. Di certo adesso niente può tenere ancora lontano la gente dal rettilineo d’arrivo, dal boato degli ultimi trecento metri, dalla volata che passa a dieci centimetri da te. Niente può tenerci lontano da qui, dove abbiamo imparato che a lottare si è sempre soli e che bisogna sapere lavar via le ferite con l’acqua gelata del rettilineo d’arrivo. 

Le macchine sono bloccate in autostrada e il tramonto rubato a una scatola di pastelli scende dietro le montagne. Adesso lo so che tutti noi abbiamo un’Isola del Principe Edoardo dove poter correre a piedi nudi, guardare le stelle, sentire il vento. Dove poter essere felici per davvero. 

L’autrice canadese Lucy Maud Montgomery - famosa per la saga di Anna dai Capelli Rossi - ha ambientato molti dei suoi romanzi sull’Isola del Principe Edoardo, un lembo di terra al largo del Nuovo Brunswick e della Nuova Scozia che lei descrive sempre come un luogo incantato dove le sue protagoniste vivono libere e felici.
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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