Mi sveglia il rumore assordante dell’allarme antincendio. Una brioche si è bruciata sul fornetto della cucina e tutto l’hotel è sveglio alle 6.30 della mattina. E’ il giorno del tappone dolomitico, sulle cime nevica e a Belluno piove senza sosta. Verso Cortina il cielo è basso e grigio, nessuna montagna – proprio nessuna – sbuca dalle nuvole e i social sono intasati di premonizioni, polemiche, accorciamenti. Il lunedì sulle Dolomiti ha le curve ampie, nere e drammatiche della salita al Giau, con i pini alti, filiformi e scuri che bucano la nebbia bianca della neve.
Duemila metri. La connessione va a puttane ed è la cosa migliore di oggi, in realtà. Tutti noi sogniamo segretamente un posto dove non ci raggiunga il 5g o qualsiasi altro pensiero. L’immensità della montagna avvolge la strada, mancano quattro ore al passaggio e comincia a nevicare a grossi e larghi fiocchi come se fossimo in una boule de neige appena scossa per un desiderio. Saranno tre settimane che non chiedo niente, non saprei più neanche come farlo. La dolce tormenta di neve nel silenzio ghiaccia tutto come ha fatto il ciclismo nell’ultimo mese, congelata come quelle api nella resina, nell’istante in cui credevano di poter volare più in alto.


Smette di nevicare, comincia a piovere a dirotto, i fianchi delle montagne appaiono e scompaiono tra le nuvole bianche. Le moto scorrono giù per la lingua d’asfalto. Bernal ha attaccato lassù in cima, tra due pareti di neve. Un torrente gorgoglia nel silenzio del bosco, gli aghi dei pini gocciolano sulla neve, ti immagini che da un momento all’altro appaia un cervo etereo o qualche altro animale fatato dai tronchi, come un fantasma. La maglia rosa sbuca da questo paesaggio irreale come un fulmine. Il tutto e per tutto in discesa, senza fiatare. Niente rompe il silenzio. Poi Egan dirà che ama attaccare quando il tempo è brutto e che sulla salita tutti gli gridavano Pantani, Pantani. Fantasmi di ieri e di oggi intrecciano le mani nel nulla della discesa tra gli alberi scuri, regno della bellezza in un giorno da dimenticare o da ricordare.

La processione dei bus sul Falzarego e poi giù, tra le pareti immense di roccia, mi fa pensare subito all’allure delle tappe di montagna, quando i camper sfilano lenti per le curve per tornare a casa. Quando arriviamo in hotel dopo tre ore per le Dolomiti mi si spegne il cervello. Bevo uno Spritz. Fuori piove ancora, non si vede niente a parte il buio e le piccole luci del paesino quassù che tentano di fenderlo per sempre.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

Una risposta a "#GiornidiGiro | Passo Giau"

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