Mangio la tredicesima caramella mentre là fuori si consuma una classica telenovela italiana tra poliziotti. Le ammiraglie sono in coda prima di un bivio dove c’è il tipico bar dei crocevia che probabilmente è stato uno storico punto di riferimento per i bianchini mattutini dei viaggiatori solitari. Oggi è soltanto un Tabacchi nel mezzo del nulla, reso dolcemente desolato dal vento gelido del primo pomeriggio e dalle colline grigie che lo circondano. La corsa passa, due o tre persone sbucate dal nulla fanno dei video con il telefono. Un evento surreale in un posto altrettanto surreale, l’Italia profonda, dove ancora esistono le insegne del telefono fuori dai locali e le signore custodiscono la legna per il camino nei loro antri segreti nei cortili delle cascine.

La strada che sale all’arrivo è una curva dopo l’altra, alberi infiniti e cipressi, colline seccate dall’inverno che sembrano dire alla primavera di farsi i cazzi suoi. Il borgo lo vedi all’ultimo, gli ultimi due chilometri forse, il campanile che svetta tra le querce che ancora sventolano le loro foglie secche, senza nessuna speranza. Questo traguardo è così palese. Ha queste dannate caratteristiche che ho già visto, almeno su questo non ho mai sbagliato.

Salgo per una stradina ventosa e sterrata dove un gruppetto di ruderi veglia le colline, lasciandosi coprire dall’edera, dai fiori del biancospino che si mescolano ad inutili erbacce infestanti. Mi aspetto che da un momento all’altro esca un contadino a minacciarmi con una falce ma qui non c’è nessuno, solo due sedie di plastica dimenticate dall’estate probabilmente. Per tutti gli ultimi quattro chilometri guardo la curva là in fondo dall’obiettivo della macchina fotografica, arrivano le moto, le macchine, l’elicottero e di nuovo un coltello mi tormenta dentro, all’altezza delle costole.

Passa Almeida solitario e nonostante mi catapulti giù dalla collina rischiando di rompermi una gamba, quella resterà la sola fotografia decente di oggi. Il silenzio dell’ultima curva in cui senti il respiro del gruppo, in cui cominci a credere che non ti prenderanno. Il momento sublime in cui ti fidi ancora, di te stesso, degli altri. Poi la rampa dei centocinquanta metri e addio tutto. Ognuno di noi si è sentito fregato in un modo che non si può spiegare.
Mentre le luci si accendono in lontananza e la superstrada corre diritta verso Perugia penso che stasera vorrei solo accendere una candela al Santo delle cose perdute.

Nella tradizione cristiana Sant’Antonio,famoso per i suoi potenti miracoli,è il santo che aiuta a ritrovare le cose perdute. Non solo oggetti della vita quotidiana e documenti importanti ma anche la fede o la via smarrita.
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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