Sinceramente stamattina mi sembra di respirare dopo essere stata dieci anni in uno stanzino buio. Il lago ha la quiete rassicurante delle mattine di settembre, quando finalmente i ragazzini molesti con la trap a tutto volume nelle JBL si dissolvono come le zanzare d’inverno. L’odore di vacanze sfiorite, la luce languida, l’aria frizzante che scende dalle montagne pulite dal vento – qui è tipo un paradiso del kite – mi fanno fluttuare nel nulla del nulla, al quale mi sto quasi abituando.

D’accordo, forse andare a una gara di ciclismo non è il massimo per la personale dieta detox che mi ero prefissata. Achille Lauro direbbe che ci son cascata di nuovo, ma non è del tutto vero, alla fine ho solo l’impressione che il ciclismo sia su una specie di Titanic e la gente continui a ballare come se non stesse succedendo proprio niente. Beh, contenti loro.
Ma qui è – o almeno sembra – un’altra storia. La maglia rosa è un ragazzo prodigio che sa perfettamente cosa può fare ma ha deciso di restare nella sua categoria ancora per un po’, niente trovate da sborone, niente pisciate fuori dal vaso. Alla fine della tappa dirà anche che è stato piacevole correre tutto intorno al lago, il classico giro che fanno i ciclisti qui. Come tanti fa sacrifici fin da bambino per questa maledetta bicicletta, come tanti ancora si ricorda da dove viene, perché poi tutti chiedono fin dove puoi arrivare ma tu lo sai che niente conta se ti dimentichi cosa ti ha spinto fino a lì.

Come tutti i pomeriggi, il vento inizia a increspare il lago, le piccole vele si avventurano tra i luccichii e io ogni volta che le guardo penso che sogno di farlo da una vita eppure resto a guardarle dalla spiaggia di estate in estate, probabilmente sarà così per sempre. Come per sempre guarderò il ciclismo con gli occhi della prima volta, ancora la volata emerge dal calore che sale dall’asfalto, una massa indistinta a cinquanta all’ora sul rettilineo deserto. Quanto ti odio senza riuscirci, sempre quel solito filo rosso che dicono congiunga le anime. Troppo lungo, troppo invisibile.
Troppo.

Nugoli di moscerini svolazzano per i campeggi dove i turisti leggono libri davanti al lago con le infradito, un’ape car scoda come in una delle assurde challenge di Top Gear anche se dalla portiera non esce Jeremy Clarkson ma un tipo strano che entra di filato al lido, dove bambini neri come indigeni giocano a palla avvelenata. Quante volte ci abbiamo giocato noi all’oratorio, pregando ogni volta che non si usasse quella da volley sgonfia che avrebbe potuto stenderti come un proiettile letale. Poi quando si cresce si dimentica tutto, non ci sono più palle ma persone avvelenate e le regole te le ricordi solo alla fine. Se rimani in piedi, beh allora sei salvo, forse hai persino vinto.
Forse.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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