Un tipo parcheggia di netto dentro la pineta dove filtra il sole come una magia. Scende una signora, convintissima che la macchina lì non darà nessun fastidio. Come l’ottanta per cento della gente, non sa niente della corsa, è qui solo per mangiare costine o prendere il sole. Che poi, mi chiedo: ma chi è che festeggia Ferragosto alla Colma di Sormano? Qua non c’è assolutamente niente, a parte un minuscolo bar e il delizioso osservatorio in pietra – chiuso – con i suoi cartelli sulle galassie e sulla nostra stella che oggi picchia sulle rampe infernali di questa ferita nel bosco, famosa ovunque per essere crudele come poche altre.
Comunque un signore che aspetta immobile da un tempo infinito dice all’autista che di Giri di Lombardia ne ha visti quaranta e che non sono mai stati clementi con le multe. Ma io già non li ascolto più, mi avvicino alla ringhiera, ci sono delle piante che assomigliano alla menta, allungo la mano per prendere una foglia. Merda, no. In un secondo mi accorgo che sono ortiche. Uno sbaglio assurdo, come un sacco di sbagli che ho visto in questi mesi. La mano tesa a prendere un’ortica che sembra menta, l’inganno che riesce a sopraffare tutte le verità. E le bontà anche.

Dall’alto, la valle si apre con dolcezza, sul Muro la gente non parla tanto, si sente il vento tra gli alberi, si sente l’odore immobile dell’estate lombarda che riconosco come riconoscerei il mio sangue. L’elicottero in lontananza scandisce il tempo come non l’aveva mai fatto, la corsa è all’imbocco della salita ma una frazione di minuti infiniti trascorre nell’attesa più pura e disperata. Cos’è che mi sta dicendo il ciclismo ancora? Cosa vuole che faccia esattamente? Ho dato a lui giornate in mezzo alla tormenta, sotto la pioggia, gli ho regalato le mie lacrime più autentiche, le mie preghiere, la mia rabbia persino. Tutto quanto per stare ancora così, in bilico tra la certezza del legame più autentico che abbia mai provato e il terrore di precipitare nel vuoto. Arrivano. Forse il ritmo è alto, forse sono ancora dei pazzi fuori persino dalla media più alta della crono tabella ma a me questo sembra solo un lento carillon tritacarne dal quale scende il sudore lucido, salato.

La gente dice bravo a tutti, l’inconsapevolezza a volte è una vera benedizione. Una dice la solita bugia: “dai che spiana”, una di quelle che ti dicono le nonne con dolcezza: sei bella, sei brava, viene la felicità. I ciclisti non possono permettersi di credere alle bugie, neanche a quelle dette a fin di bene, sarebbero finiti.
Qualche idiota corre dietro a una borraccia che rotola via in mezzo alla strada, i corridori sbandano di qua e di là, si alzano sui pedali, per far prima, per fare in fretta. A volte due chilometri sono niente, altre sono tutto. La domanda è sempre quanto puoi resistere ancora.

Dall’alto il lago è azzurro e luccicante mentre i motoscafi bianchi lo solcano come ai Faraglioni di Capri, vite al vento laggiù in basso mentre scendo per le curve a gomito. Uno va come un missile sfidando i muri delle case addossate alla montagna, l’altro vola giù da un ponte come in un film dell’orrore. Però questo non è un film, questa è la cruda realtà. I SUV che risalgono verso l’alto lago intasano le stradine strette che portano in città, giù in basso i paesi lacustri ignorano tutto, persino l’adrenalina che si mischia al terrore. I ferragostani attraversano la strada a caso, suonano come se fossero in tangenziale mentre l’elicottero è sopra la finishline e la corsa si placa. In centro c’è la fila da Footlocker e i militari che picchettano la deserta zona d’arrivo, due mondi praticamente inconciliabili.

Dalla finestra entra l’aria della sera e dentro c’è la voce della telecronaca di oggi. Fuglsang a bocca aperta sul rettilineo a settanta all’ora e l’arrivo di Como ostinatamente controluce, come a dire che quella vittoria te la devi ricordare con gli occhi, nessuna foto potrà uguagliare il ricordo del truce incanto di un pomeriggio sul lago.
E’ così, ti accorgi tardi del male che fa l’ortica. Ma la menta, quando la tocchi, ti profuma all’istante e per sempre. Una di quelle cose che neanche un meteorite potrà farti dimenticare.

 

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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