Mangio in due minuti il cupcake al pistacchio mentre la mia seconda famiglia qua a Treviso mi sta raccontando manciate di rocambolesche avventure che sono capitate in questo anno. Io sì, mi sono tolta la frangia e altre cose, ne succedono in dodici mesi, anche se loro sono sempre gli stessi e a me dispiace avere i tempi contati, esattamente come ogni singolo giorno da Bologna ad oggi.

Mentre li abbraccio, loro dicono torna e io penso che sia bello sapere che qualcuno là fuori spera di rivederti presto. Torno tra i bus in una giornata di sole, una cosa normale alla fine di maggio, così normale che stavolta non sembra vero.  Un ragazzo ha una maglia bianca con scritto sopra: “Hard work pays off”. La testa mi va altrove. Da un’altra parte, non qui. Molto più altrove. Nella calca, come nella vita, si perdono un sacco di cose ma quelle importanti mai. Sono per te, ancora prima che tu le veda.

Le Dolomiti striate di neve svettano nel cielo azzurro e la strada sale, tornante dopo tornante, tra i pini alti e magri che vegliano la valle, che vegliano gli altri soldati caduti questo inverno. Penso a quanto sia immensa e infinita la salita quando la percorri da solo, quando la gara non esiste, quando sei tu e basta a pensare che ogni chilometro è la gara stessa: di domani o di dopodomani, di poi. Cosa diventano le ore quando si dilatano nella mente, cosa. Quando alzi la testa vedi la roccia qui e ti sembra di stare ancora in basso, di non aver fatto un metro.

Chaves è simpatico perché ride, certo, ma la gente non lo sa quello che ha passato e sinceramente neanche io: nessuno può permettersi di giudicare quello a cui cerca di fuggire un corridore quando scatta. Una, due, tre. Sette volte. Bisogna sempre provare. Sì ma chi la sconfigge la dannata paura di fallire? Cos’hai da perdere? Beh, quando c’è in palio qualcosa che ami da morire, c’è da perdere tutto, ma, d’altro canto, è così che trovi la forza. Nessun rimpianto, così ti insegna a vivere il ciclismo.

I falsi uccelli neri sui vetri del palazzetto volano contro le Pale di San Martino nella luce immacolata del pomeriggio. Sotto di loro, Chavito sorride, dicendo che quei chilometri erano il riassunto di due anni in cui crederci era la parola d’ordine. Che non si sa mai quando tutti si staccano e tu arrivi primo sul traguardo, devi essere lì. Cazzo, devi essere lì. Un ciclista deve essere affamato, dice, se non hai fame, meglio che questo lavoro non lo fai. Sorrido. Mentre scendo dalla montagna penso alle cime che sono state pane e sofferenza e trionfo, a tutto il duro lavoro che si fa in silenzio, alle cose costruite con pazienza, alle fondamenta solide dei nostri inquieti sogni. A volte non basta scattare, a volte devi scattare ancora. E ancora.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

Una risposta a "#GiornidiGiro | San Martino di Castrozza"

  1. Che bello leggere ciò che scrivi! E’ poesia, fantasia che sa di verità, che trasuda passione e ci fa sognare.
    Bravissima, continua così, c’è sempre bisogno di sognare , meglio se leggendo poesie…

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