I pini si alzano scuri nella nebbia come il fondo di una vecchia bottiglia vuota contro le montagne chiazzate di neve. Una galleria, poi un’altra e un’altra ancora. La valle cupa e drammatica nella luce bianca di un primo pomeriggio in cui il Monte Bianco è coperto dalle nuvole che avvolgono le cime in un abbraccio gelido. Piove a tratti. E’ in giorni come questi che senti il respiro maestoso e dolce e inquieto della roccia, senti l’immensità attorno e provi a capire se è vero che c’è un disegno per ognuno di noi, quaggiù dove siamo: stupide formiche a cercare le nostre briciole di pane, tesori che teniamo segreti nelle nostre tane per formare il panino perfetto.

Questa è una tappa durante la quale sembra dover succedere di tutto. Tutti possono scattare, tutti possono cedere. Così succede, infatti. L’unico che sembra fuori da queste regole è Richard Carapaz. Dà dieci metri secchi agli altri e poi niente, poi vola via. Alla gente fa impazzire sta cosa, noi lo sappiamo. Quelli che attaccano, quelli che io li lascio lì e me ne vado. Da un secondo all’altro. E’ per quello che ad ogni curva c’è ancora scritto “Pantani”. A nessuno frega del resto: solo il cuore conta. Come diavolo attacchi, non come vinci.

Ma Richard ha una storia sua, me lo ha raccontato una mia amica, lui correva in Colombia e dopo un grave infortunio, nessuno l’ha più voluto in squadra. Non mi serve sapere altro per sentire esattamente quel coltello in mezzo al fegato, di quando capisci esattamente cosa vuol dire restare escluso dalla vita che vorresti. Dio, ho perso il conto di quante volte mi sia capitato. Guardo Carapaz dallo schermo, si alza sui pedali: in fondo è la sola, unica, cosa alla quale si è affidato per ricominciare da zero. Non è solo la tappa adesso, è la maglia rosa, la prima maglia rosa di un equadoreno al Giro d’Italia. Si tratta della storia, lui, che per gli altri non poteva più correre. Il ciclismo è così, incredibilmente stronzo e incredibilmente realista: ti dice davvero che sei un coglione quando credi di poter arrenderti con scuse non contemplate. Richard forse lo sapeva che erano gli altri a sbagliare, che aveva ragione fin dall’inizio. Sì, ma adesso sembra facile, quando voli è tutto facile, ma prima, sì quella è la parte peggiore. Adesso nulla, sembra tutto un filo di vento, la mano dell’addetto stampa sulla schiena e niente che parla fino al momento in cui indossi la maglia rosa.

Volano i fiori del podio come un uccello sopra la folla. Bacia la maglia come chi sa che il dolore è un valore troppo importante in questo mondo, ha lo stesso peso dell’amore. I sacrifici, la dedizione, la sopportazione. Chiudere gli occhi è fin troppo facile qui. Per un secondo ancora, a pensare di essere stato minuscolo e invisibile, qua sotto la montagna più alta d’Europa domata da un senza futuro. Da uno sul quale non avrebbero scommesso e – il cielo li perdoni – avrebbero tolto a noi il sacro spettacolo di un attacco così.

Centotrenta sull’autostrada che taglia in due la valle. Non riesco a smettere di pensare che il destino abbia sempre in programma qualcosa di folle per noi, che spazzi il nostro disadattamento quotidiano, i no della gente che ci ha fatto credere di non essere mai all’altezza. Che nessun vento, che niente di niente ci tolga la bellezza che abbiamo chiesto, implorato, sofferto, sperato.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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