Naturale, in tv gli spazi si dilatano, la scenografia è più fondamentale della realtà. L’ultima volta che ho visto l’Arena dall’interno non mi ricordo che anno fosse ma era da una televisione con il vecchio tubo catodico incastrata nell’armadio del soggiorno di mia nonna e io ancora non sapevo che diamine di viaggi avrei fatto, da quel momento in poi, nel nome di uno sport. E’ stata la prima volta che ho pianto guardando il ciclismo: non era per Ivan Basso o per il Giro, forse era proprio per l’Arena, forse per quel boato che saliva dal vortice degli spalti, forse per tutta quella gente concentrata lì. Inutile spiegare quello che ho capito poi. Inutile dire che adesso è tutto qui, sette anni dopo aver iniziato a scrivere queste scombinate righe dopo la corsa, con quaranta gradi all’ombra d’improvviso e io che, senza manco la colazione,  devo addentare un gelato confezionato in tre bocconi prima della top ten per scongiurare di collassare. Non so se è cambiato tutto o non è cambiato niente. Non ci sono più i tubi catodici e nemmeno i Cristal Ball sono più legali ma mai avrei pensato di ritrovarmi qui dopo ventuno (anzi ventitré) giorni no-stop in cui è successo di tutto, compresa una febbre a trentotto e mezzo che non vedevo tipo dalla quinta elementare.
Vedo la gente seduta sugli spalti dalle undici della mattina, li vedo ridere brasati dal sole, avvolti nelle bandiere o con cappellini di fortuna fatti con le scatole delle birre. Di sicuro, uno venuto lì dalla luna per una visita al pianeta, penserebbe: “ma che cazzo fanno questi?” Forse è difficile spiegarlo anche a un abitante della Terra, o per lo meno a uno che non sa cosa significhi il ciclismo nell’immaginario masochistico del tifoso tipico. D’altronde la sofferenza non può che essere il comune denominatore di tutto, un modo migliore di altri per sentirsi vicini davvero.

Insomma, l’Arena è una bolgia autentica, sinceramente un carnaio con molta meno poesia di quella che ne esce in televisione. Ma le bandiere dell’Ecuador parlano della storia di un outsider che sta per vincere la maglia rosa: tutte le persone che hanno scommesso su se stesse quando nessuno l’avrebbe mai fatto, meritano un finale così. Come la prima volta, come l’ultima. Come una volta che si ripeterà per sempre, piegato in due sulla bici, a pregare che le cose belle possano restare fisse nella mente senza malinconia. Senza nessuna maledettissima malinconia che ci strozza il momento perfetto. Questo vorrei chiedere mentre piovono coriandoli rosa e il bambino di Carapaz prova a sollevare il trofeo, ci gira attorno con la mano. Suo padre gli spiegherà tutto, credo: gli dirà che il ciclismo è divertente ma di sicuro non è un gioco. Che soffrire fa parte della vittoria, così come la speranza. Così come la costanza.

Fuori dall’Arena ci sono mio fratello e mia madre, lei mi abbraccia e mi dice: “Sei bella” e lo so che tanto le mamme sono di parte ma stasera, dopo giorni in cui tutti mi dicevano: “ti vedo stravolta”, voglio credere che lei abbia ragione. Beviamo uno Spritz mentre la gente guarda il balcone bianco di Giulietta dalle sbarre del cancello chiuso. Tutti hanno una preghiera da rivolgere a chissà chi, in nome dell’unica cosa per la quale vale la pena vivere.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 risposte a "#GiornidiGiro | Verona"

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