Oropa non è una salita semplice, nemmeno da spiegare. Senza voler essere blasfemi è una di quelle sottilmente stronze, che sembrano chilometri di trasferimento dal paese al Santuario ma in mezzo non ci sono solo boschi e case, ma anche una serie di pendenze secche o eterne che ti fanno pensare di non arrivare mai, ma proprio mai.
Oropa è tutt’altro che una salita semplice per farci un Everesting ma a lei è toccato essere, oramai, il simbolo eterno di un riscatto inconsapevole, la dimostrazione che niente è impossibile. Per davvero.

E’ quasi mezzogiorno, sono in macchina – ma forse sarebbe più giusto dire ammiraglia – con Roberto che sta seguendo suo figlio Federico dalle quattro di stamattina: lui con l’occhio un po’ da DS e un po’ da padre, una combo niente male, e l’altro che si è preso del pazzo per otto mesi e adesso la pazzia la sta facendo veramente. In poche parole l’idea dell’Everesting è quella di prendere una salita a caso e farla tante volte quanto basta per raggiungere il dislivello dell’Everest, cioè 8848 metri. Ok.
Il fatto è che questa non è una salita scelta a caso, come tutto questo viaggio che di casuale ha poco, perché siamo nel 2018 e sono passati esattamente vent’anni dalla magica doppietta Giro-Tour di Marco Pantani.
Roberto scarta un Fruttino, siamo all’inizio della nona volta, un cazzo di giro di boa, terra di nessuno, visto che fino ad ora Federico aveva provato a farla solo otto volte con una media – che sta mantenendo – di un’ora circa ad ascesa. La sta affrontando da solo, come tutti i giri di boa, naturalmente.

La salita dovrà farla tredici volte. Tredici. Un numero che i corridori si attaccano al contrario per scacciare la sfortuna. Dio, quanta ne ha avuta Marco. E lui ci è andato contro proprio come un pirata con la sua nave, a costo di sfondare la barca, a costo di sfondare sé stesso. Il talento contro la bufera, sempre e per sempre.
Tredici rovesciato, come tutte le convinzioni che ti sei costruito in questi mesi e che svaniscono improvvisamente quando arriva la crisi. Perché la salita ti ribalta tutto, le viscere, le gambe, la testa. E ti lascia pure a ragionare da solo su te stesso, un po’ con la paura dei crampi o chissà cos’altro, un po’ con il terrore di non farcela. “Queste tre saranno le peggiori” dice Roberto con la lucidità di chi vede la corsa. “La testa è tutto, devi trovare qualcosa che ti allontani dal dolore.”
Guardo fuori dal finestrino, Federico si alza sui pedali. Marco scappava così dalla sua tristezza, dicono. E forse era vero. In salita, da solo, un tredici rovesciato e vaffanculo alla sfortuna, anche quando era nera, più nera di tutte le crisi in bicicletta che avesse mai affrontato. Questo lo distraeva dal dolore: altro dolore, la strada che sale, la pendenza che ti grida nelle orecchie e si fa più dura, gli altri non la sentono ma tu sì. E poi quando arrivi in cima, lì ti sembra di volare, volare seriamente perché sei arrivato.
Ma alla cima vera mancano ancora tre salite, o due discese, come gli grida Gino prima di cominciare l’undicesima. E’ in macchina per incitarlo, insieme a Holly, da buoni amici di infanzia. E’ quest’ultimo che chiede qual è la storia che c’è dietro Oropa. Allora mi sembra veramente mistica questa cosa che quattro persone stanno ferme all’angolo di una curva mentre uno racconta di quel giorno, il giorno della rimonta, quando Marco si dovette fermare ai piedi di questa salita, nel momento cruciale della corsa, per un salto di catena. Perse quaranta secondi dal gruppo ma quella catena forse non fu esattamente sfiga, piuttosto uno di quei tredici ribaltati, che lo costrinse ad una rimonta paurosa e incredibile, sorpassando più di quaranta corridori e andando a vincere senza neanche saperlo.
“Certo che quando Pantani si alzava sui pedali” fa Holly “si fermava l’Italia”
Amen.
Federico ci sorpassa, grazie al cielo qualcuno si è unito a lui in bicicletta, dieci punti per il morale. Le nuvole nere se ne vanno, resta il sole dei pomeriggi di settembre che ti disorienta un po’ su tutto, basso e languido, filtra tra i boschi, allunga le ombre, scrive le scadenze.
Adesso ne manca solo una, c’è sua sorella Alice in macchina che gli dice “vai Fede” ogni volta che gli si affianca. Vola Fede, che l’ultima salita è così, non la senti più, se è buona o cattiva, non la senti più, anche se sei in piedi da sedici ore e stai pedalando su e giù da tredici.

Quassù fa quasi freddo mentre lui legge ufficialmente a tutti i dati del Garmin e i suoi amici stanno barcollando per la stanchezza o per le birre, non so.
Io Marco me lo immagino sempre in borghese, con una di quelle magliette degli anni ’90 in cui ci nuotavi dentro, i pantaloni della tuta, le sneakers. Mischiato agli altri, a far finta che è come tutti gli altri. Non so cosa avrebbe fatto, forse gli avrebbe dato una pacca sulla spalla, gli avrebbe detto poche parole.
“Sei andato forte, oh”
Forse così.
Il bosco diventa scuro piano piano, scende la sera anche sulla curva Pantani, ancora rivedo le bandiere, il giallo e l’azzurro.
“Otto mesi volati in un soffio” dice Roberto. E poi non si riesce a dire più niente, a parte le solite cose, come se non sapessimo che caspita di viaggio sia stato questo, come se in fondo non si potesse spiegare a parole. Come questa salita, d’altronde.

Mentre torno a casa, il cielo sopra Oropa è un incendio nel suo tramonto, così tante strisce bianche di aerei che non si possono contare. Stelle cadenti.
Nessuno spirito se ne va, specialmente dai luoghi che gli sono appartenuti in vita.
Sei andato forte, oh.
Hai ragione, ora puoi dirglielo davvero.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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