Questo è un piccolo paese sul lago Maggiore, un quadretto di luci e blu, come i laghi lo sono a quest’ora, intimi e inquieti come se nascondessero spiriti. E forse è vero. Ci sono i suoi due castelli in mezzo all’acqua come se ci fluttuassero sopra, sagome nere nella sera, già scure con il cielo ancora chiaro. Dicono che nelle giornate di nebbia si riesca a vedere un veliero fantasma che reclama i forzieri di un tesoro perduto.

E’ così la risacca, scioglie la sua ninnananna dolce e cupa contro i muretti e le darsene e le barche, la canta con il vento che sbatte le corde delle vele e che sembra un richiamo dal regno del nulla.
Non la volevo mangiare la pizza stasera ma questo posto è fatto per i tedeschi e i turisti che passano il confine dalla Svizzera: i ristoranti hanno quello che piace a loro, lasagne o pasta al pomodoro, quando va bene la carbonara. Fa niente, il respiro del lago fa pensare al ciclismo e al suo limbo, al modo che ha di sorprenderti anche quando hai imparato a non aspettare. A guardare e basta, come facevi da bambina, senza il dannato coraggio di chiedere.

Cevio era un altro piccolo paese, così diverso, così simile a tutti i paesi delle valli svizzere. Le case antiche con il tetto di pietra e poi quelle nuove con i giardini delle bambole, tutto in ordine, le piante da frutto e l’orto con l’insalata tutta in fila. Il Tour de Suisse è come la festa nazionale, i bambini non vanno a scuola; la carovana è breve ma generosa, regalano caramelle a piene mani, tutte quelle cosette che ci riempi lo zaino anche se non sai cosa te ne farai. Cevio era una via di quelle che tagliano in due le valli e ci è passato per primo Peter Sagan. Ancora qualche metro e Albasini lo prendeva, diceva la gente. Certo, come no. Bugie dettate dal cuore, in fondo lo sanno anche loro, ma forse non è questo che importa. Il significato del legame tra chi tifa e chi corre è invisibile agli occhi, si sente così, come questo respiro dell’acqua, risacca continua nelle notti più nere. Ninnananna cantata con quello che abbiamo. Ninnananna senza voce.
Sempre c’è qualcosa qui che mi consola un pochino, tenerezze inaspettate per lo più che mi fanno sentire meno stupida, meno dispersa. Se niente ha un senso forse siamo in questa vita per cercarlo.

Le lucine sulle sponde come collane, come rosari, come confini di quello che non si vede: c’è il lago ma non lo sento da qui, dalla stanza in cui chiudo la notte. Bianca navicella senza nessun comando. Bianca come il cielo afoso della mattina con le acque pallide, luccicanti solo a tratti. I castelli sono ancora lì: nessun veliero, nessun tesoro.

Locarno è la fila dei pullman dove si fa avanti e indietro cento volte, i cacciatori di borracce, gli occhi di chi guarda le biciclette come se le vedesse per la prima volta. Il sole quasi di mezzogiorno ti cuoce la testa senza che te ne accorgi, la gente va e viene, non riconosce nessuno ma vuole a tutti i costi una foto da tenersi sul telefono e far vedere agli amici. In fondo queste storie non cambiano, restano a spiegare che il ciclismo è così ovunque, la prova che nonostante tutto questo è un porto sicuro se sai distinguere i banditi  dai marinai onesti.
Uno sparo, un bambino piange ma non c’entra la pistola del via: il papà gli ha urtato la bici, c’è rimasto male. Il gruppo è un serpente che sguscia via verso le montagne. Così tanto tempo per partire, così poco per andarsene.

E’ azzurro il lago, increspato dal primo pomeriggio. Ci sono le barche bianche che dondolano qua e là, attraccate mollemente ai porticcioli tormentati dalle onde che ci spumeggiano lievi attorno. La corsa da una parte e io dall’altra. Fa niente. Che resista questa ninnananna, che ci spieghi i deserti. O anche no. Non abbiamo bisogno di troppi perché in fin dei conti, a volte basterebbe addormentarsi con la certezza che tornino gli incanti, che i brutti sogni svaniscano, che non serva più trovare vie di fuga.
Ninnananna acqua santa senza sale, ti canto il silenzio di tutto quello che vorrei dire.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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