C’è il silenzio del mare d’inverno, le voci dei bambini che giocano vengono assorbite dalle onde che spumeggiano sulla spiaggia costellata da tronchi venuti da chissà dove, consumati dal sale, lisciati dall’acqua. Che ha quello strano colore delle giornate come queste: incerte e tranquille, con le nuvole grigie striate sull’orizzonte perfetto.
C’era una mimosa in quel giardino con i muri rossi, forse qualcuno l’ha tagliata. Una mimosa gialla come quelle che si vedono a scendere sulla Riviera dall’Autostrada dei Fiori. Così gialle che non ci credi.
Ci sono i vetri polverosi di un chiosco chiuso da dove si vede la Gallinara in lontananza, le sedie accatastate sui tavolini come se fossero lì da secoli. Invece è solo una stagione.
Non credevo che ricominciare potesse essere così difficile. Stamattina la Liguria mi sembra più luminosa e cruda che mai. Mi perdo tutto. Il passaggio tra i vicoli, la partenza e persino le teglie di focaccia appena sfornate. La gente in fila davanti a me ne prende cinque tranci alla volta, spariscono in un attimo. Tipico di come mi vanno le cose di solito. Addento quello che rimane: un quadrato di pizza margherita con la responsabilità di riempire lo stomaco sveglio dalle cinque.
E’ che lo swing non è una cosa semplice.

Trofeo Laigueglia 2017Trofeo Laigueglia 2017I ragazzi sono nell’entroterra e sembrano lontano anni luce, in un bar sulla strada del passaggio ci sono i tifosi di Fabio Felline: una tavolata di gente, la bandiera, tè caldo e caffè come se non ci fosse un domani. Parlano di Fabio come chiocce e dopo anni non smetto mai di stupirmi, a sentire tanto affetto disinteressato e autentico. Si confrontano sui giri, sul percorso, cose di una ordinaria domenica di biciclette. Vorrebbero un’azione, una di quelle belle da parlarci sopra settimane e settimane, e allo stesso tempo hanno quel solito latente timore che non sia al sicuro. Specialmente dopo l’incidente. Che poi quando tutto torna alla normalità non ci si torna mai davvero. Il tempo non guarisce niente, con le cicatrici ci convivi, dentro e fuori. Con la paura anche.
Eppure, uscendo dal bar, ho come l’impressione che forse non sarà un altro Laigueglia, uno come gli altri. Tipo con il copione già scritto, con il velocista che li frega tutti.
Sulla salita del circuito un gruppo di bambini cerca di scrivere sull’asfalto W DIEGO ULISSI con un sasso appuntito. Ci riescono. Penso alla tappa di un Tour de France, a quando ci avevo provato anche io senza troppo successo. “Spero che l’abbia visto” dice dopo il primo passaggio.
Trofeo Laigueglia 2017
Il cielo è più grigio, l’aria resta la stessa. Viene dal mare, spettina i capelli. Ma sul rettilineo d’arrivo non si sente. Ci sono le case a proteggere la linea bianca, lo speaker dice che Fabio Felline ha ventitré secondi di vantaggio sul gruppo. Un boato. Son sicura, si sente fin sulle colline. Mi ricordo un’estate che giocava l’Italia ed ero in vacanza in Riviera, si sentivano le urla della gente davanti alla televisione fin su, sulla strada che si arrampicava tra le buganvillee e le cicale del pomeriggio.
Felline ha ventisette secondi sul gruppo.
Un altro boato.
Trenta.
E ancora.
No, non è la solita corsa. Spunta dalla curva da solo, esulta già, saluta il suo fan club, chiude gli occhi. Non ci credeva nessuno, forse all’inizio neanche lui. Specialmente quando ti dicono che per un secondo andato male puoi perdere una carriera, puoi perdere tutto. Troppo lunghi questi mesi, troppo lontano il ricordo dell’ultima volta. Si siede su un marciapiede dove gocciolano le scie scoppiettanti di una lattina di Coca-Cola caduta. E’ la prima volta che vedo così tanta calma attorno a un vincitore. Si sente persino il suo grazie a bassa voce.
“Ecco la mamma del campione” dice qualcuno. Lei è appoggiata alla transenna, si lascia abbracciare da chi passa, la riconosce. Meno male, dice. E poi altro che non sento. Ma quelle due parole sono sopra tutto. Vogliono dire un uragano di cose in un modo quieto. Quando le speranze si spezzano e sembra che debbano rimanere rotte per sempre fanno un male che non si può dire.
Meno male. Lo dice in un modo che significa tutto. Meno male che il buio è passato,  che il dolore e gli sforzi per ritornare non sono stati inutili. D’altronde è una delle cose che insegna il ciclismo: la fatica è sacra, non va sprecata mai.
Le radici di quello che siamo sono dentro di noi, ti lasciano sempre qualche possibilità. Forse sono l’unico vero miracolo su questa terra.

Trofeo Laigueglia 2017
Liguria, non guardarmi così mentre torno a casa. Con il tuo mare grigioazzurro slavato dalla pioggia della sera, con le luci che si accendono sulle coste e le navi lontane sull’orizzonte coi loro lumicini. Con le tue spiagge a picco rocciose e selvagge che il buio inghiotte presto.
Non guardarmi così, alla fine è passata solo una stagione. Molte cose sono cambiate ma tu continui ad avere i fondali che piacciono a me, profondi subito. Un attimo la spiaggia e l’attimo dopo l’abisso.  Continuiamo ad essere un po’ simili, con le tue acque che cambiano colore non per il tempo ma per lo spirito. Come i miei occhi: verdi con le lacrime, gialli con il sole.
Fa niente se sembriamo posti abbandonati da secoli. E’ passata solo una stagione, niente di che.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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