Jack Kerouac mi guarda dalla copertina di un libro della signora di mezza età seduta di fianco a me. Riconoscerei quegli occhi ovunque. Non riesco a leggere il titolo, non importa. Ovunque lo spirito di Jack sia, spero possa essere un pochino orgoglioso di me. Sono su un treno per Venezia, ne ho già perso uno stamattina da Milano e forse perderò pure la coincidenza per Treviso e ho sbagliato a cambiare biglietto.
Decisamente non è una delle mie giornate migliori. Mentre guardo gli occhi di Jack su quella copertina lucida penso che alla fine è così che si deve vivere. Ho sempre seguito l’istinto, ho sempre cercato di raggiungere i posti che mi diceva il cuore in tutti i modi possibili. In pochi l’hanno capito veramente.
Ma è servito a me. Per capire chi volevo essere davvero.
La signora se ne va, Jack sparisce ma io continuo a pensarci. Mi guarisco da sola, come ogni volta. Come tutte le volte.
E quando appoggio il trolley alla banchina della stazione mi sento quasi a casa. Forse perché il ciclismo mi ha fatto incontrare persone che capiscono al volo quello che ami, lo amano insieme a te. Forse perché le campagne trevigiane sono così belle sotto questa luce strana che rende ancor più verde l’erba alta dei campi dove si infilano strade strette: di qua un fosso, di là una cascina. E chiazze di Robinie che mettono ombra.
Guardo il profilo delle colline. La forcella Mostaccin. Mai sentita in vita mia, giuro. Ma qui sembra una specie di istituzione. Son tutti lassù, su quello strappo breve e intenso. Qualcuno dalla sera prima, dicono. Roba da Zoncolan, quasi. Ma il ciclismo è così, ogni luogo ha una specie di proprio santuario, un punto dove raccogliersi e aspettare. Bere, mangiare, ritrovarsi dopo un giorno o dopo anni.
Ne parlano tutti, persino quelli che son quaggiù all’arrivo. Che guardano il cielo per scorgere l’elicottero, per capire quanto manca al primo passaggio. Una bambina tiene in mano la macchina fotografica. In inglese chiede a suo padre come si chiama quel corridore che le aveva detto prima.
Chavez, risponde.
Chavez, Chavez, ripete lei entusiasta. Promette che lo griderà al passaggio del gruppo. Promette che lo griderà forte, urlerà con tutto il fiato che ha in gola.
E loro passano, uno dopo l’altro. E lei grida, scatta le foto. Forse saranno mosse perché agita le braccia. Grida ed è felice.

#GiornidiGiro | Asolo Il ciclismo è uno di quei viaggi che ti insegnano. Devi solo starlo ad ascoltare, dimenticando il resto.
L’arrivo è veloce, di quelli che quasi non ti accorgi. Eppure hanno fatto più di duecento chilometri. L’ultima parola è di Diego Ulissi, la forcella ha mietuto le sue vittime come tutti avevano previsto. I giornalisti fermano Giulio Ciccone, gli chiedono di raccontare la sua storia, la storia di un sogno. Lui comincia ma sono quasi sicura che non avrà poi troppe cose da dire. E’ difficile farlo dopo la linea del traguardo. Va così, la vita di un ciclista. Anni di sacrifici immensi per un immenso attimo di gloria. Che vale sempre, per sempre.

#GiornidiGiro | Asolo Quando Giulio torna ai pullman tra il fiume di gente che cerca borracce e macchine che vanno via, un gruppo di ragazzini gli corre incontro. Vogliono una foto assieme. Quasi gli saltano al collo. Altri lo guardano salire sul pullman con gli occhi pieni di adorazione. Hanno tutti la bicicletta, hanno tutti la maglia della loro società. C’è una sottile linea d’intesa tra i loro occhi e quelli di Giulio. Come se conoscessero tutto, sapessero perfettamente cosa si prova. A sognare. A sognare in grande e a fare fatica. Se lo dicono in silenzio.
Bravo Giulio, sei il nostro eroe.
Ero come voi, pulcini sperduti in un mare di ambizioni grandi.

Se lo dicono in silenzio, con gli occhi. Come in gruppo. Un linguaggio segreto che si usa per le cose importanti. D’altronde gli sguardi, come le parole, sanno essere lance e sanno essere carezze.

#GiornidiGiro | AsoloMentre guardo il profilo delle colline, mentre guardo la forcella Mostaccin in lontananza, penso ancora agli occhi di Jack Kerouac dalla copertina lucida di quel libro in treno. Ancora una volta, piccoli segni inaspettati mi dicono cosa devo fare.
Le briglie non servono a chi desidera solo la libertà.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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