Da Ypres a Aremberg. Faceva paura questa tappa, si sapeva che quei settori in pavè presi in prestito dalla regina delle Classiche avrebbero scritto un verdetto arcigno come quelle pietre silenziose che non sono abituate ad essere sconquassate dalle biciclette di questa stagione. Ci hanno pensato la pioggia e il freddo a restituire quel clima da tregenda che rendevano leggendarie le corse del Nord. Ci ha pensato un po’ il destino, un po’ la fortuna, a cambiare le carte in tavola, a mescolare di nuovo tutto.

Mancano ancora più di cento chilometri all’arrivo, quando Chris Froome cade di nuovo. Addosso ha ancora i segni della caduta di ieri: un tutore al polso e le bende al ginocchio sono testimoni silenziosi della sua resistenza. Il pantaloncino si strappa ancora sull’altro fianco ma lui risale in sella. Ancora qualche chilometro ed è di nuovo a terra. Il meccanico scende dalla macchina, è pronto ad aiutarlo ancora a rimettersi in bici. Ma lui scuote la testa, debolmente fa segno di no con il dito. Bernhard Eisel, anche lui con il pantaloncino bucato dal contatto con l’asfalto, si avvicina al suo Capitano: gli mette una mano sulla schiena, un gesto leggero che forse vuol dire “se risali, sarò con te”. Invece Chris si arrende a un Tour che sembra essere stato contro di lui fin dall’inizio. Apre la portiera dell’ammiraglia e sale. E’ un attimo. E tutti i sacrifici per arrivare fino a lì se ne vanno con quella pioggia battente, ancor prima di aver incontrato il pavè.
FroomeQuel pavè che è un giudice severo, senza sconti e che ha spiazzato tutti, persino quelli che sanno ascoltarlo, che lo conoscono negli anfratti sconnessi, quelli tra pietra e pietra, dove oggi galleggiavano i sogni stanchi, sfiancati dal tempo, dal fango che si appiccica dappertutto, dalle divise fradice come una seconda pelle, dalla paura di cadere ad ogni curva. Vincenzo Nibali, a completo digiuno di queste pietre, attorniato dai suoi angeli custodi, sembra volare. Qualche ricognizione, preziosi consigli da uno che ne sa, e il resto è tutto qui, in quello sguardo che non perde lucidità dietro la maschera di fango, in quelle gambe che non smettono di andare e di sfidare l’equilibrio precario della bici sui sassi aguzzi. Contador è rimasto indietro. E’ un giorno nero anche per lui. Su quelle strade bastano pochi metri per precipitare, perché i secondi si accumulino senza sosta. Vincenzo se ne va con un gruppetto assieme a gente che, a quei viottoli che tagliano la campagna, hanno dato l’anima: Peter Sagan, Fabian Cancellara, Lars Boom, Sep Vanmarcke. A tirare per lui c’è Liewe Westra: le immagini a rallentatore mostrano le braccia tormentate dalle sollecitazioni e la faccia intrisa dello sforzo che sta sostenendo da chilometri. E’ il sacrificio profondo e senza esitazioni per il Capitano. Per quella maglia gialla preziosa che ora ha addosso il fango di tutti quei tratti in pavè ed è il simbolo, la ricompensa dei chilometri vissuti, subiti. Mancano sei chilometri quando Lars Boom prova ad allungare e ad andarsene da solo. Vincenzo continua imperterrito a seguirlo tentando di domare quei sassi che non aveva mai conosciuto. Ma Lars sa che è la sua occasione, questi terreni sono i suoi, assomigliano troppo al ciclocross per non amarli. Spinge sui pedali senza sosta, guadagna metri, sempre di più. Dall’ultimo tratto in pavè esce solo, portandosi dietro il fango di quei chilometri, le braccia rotte e le gambe che rispondono solo ai comandi della testa. Ora è tutto asfalto. Ora è tutto diritto fino all’arrivo. La bocca aperta, le case di mattoni rossi e con le persiane bianche di Wallers che scorrono come lo sfondo finto di un film. Invece è tutto vero. Quella fatica, quell’inseguimento forsennato alla vittoria. Tutto vero. Anche il traguardo ai piedi della foresta, all’ombra della miniera di carbone che è un po’ spettrale in questa giornata grigia, che sembra voler cedere presto il posto alla sera.  E’ da solo, su quel rettilineo. Si guarda indietro: Nibali non arriva, gli basta tenere la maglia per oggi, gli basta aver fatto commuovere tutti gli italiani incollati al televisore, gli basta aver battuto Cancellara, gli basta aver messo più di due minuti e mezzo tra lui e Contador.

Lars esulta già dai cinquecento metri. Esulta con sé stesso, sa di aver battuto quelle strade scivolose, di aver tenuto in equilibrio la sua bicicletta tra il coraggio e l’abilità.
Il sorriso è tutto bianco in quella faccia grigia di fango. Maschere irriconoscibili, tutti arrivano sulla linea d’arrivo con l’impronta indelebile che il pavè lascia su chi lo affronta.

lars

Il verdetto di oggi  è quello di un giudice senza pietà. Perché il pavè ha una scorza dura e un po’ cattiva, sceglie gli uomini da graziare e quelli da condannare. Eppure in quel fango, in quel carbone che ogni tanto riemerge dalle nebbie del tempo, in quei sassi irregolari, il timore si mischia con l’amore. Un impasto caldo e freddo che forse non si può spiegare. Adesso questo calvario è lontano, i ragazzi pensano già alla tappa di domani. Le strade si riaddormentano tranquille, tornano ad essere quelle di sempre, quelle che attraversano sereni paesi di campagna. Hanno deciso chi doveva restare, chi doveva tornare, chi dovrà combattere ancora per risalire. Hanno deciso anche se non avevano l’autorità delle montagne. E’ un diritto che ha regalato il ciclismo. Lo fa con tutti i luoghi  toccano l’anima, anche se lo fanno con una mano ruvida, un po’ grezza come quella del pavè.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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