Se mi chiedessero: “Qual è il tuo suono preferito?”, con tutta probabilità risponderei quello del cuore. Quel tum tum che si ascolta solamente avvicinando l’orecchio alla pelle perché, altrimenti, si confonde con il mondo, persino nel silenzio, mi è sempre sembrata la cosa più meravigliosa che si possa mai sentire.

La storia di Franco Bitossi parla di questo: un battito insidioso per lui, uomo fatto tutto di cuore e di genuina verità, che è stato il pretesto per andare avanti. “Cuore matto” lo chiamavano e qualcuno diceva che quelle crisi di tachicardia che lo assalivano durante le corse, che lo costringevano a fermarsi per quietare il battito forsennato, erano dovute al terribile dolore di aver visto, da ragazzino, il fratello morire in un fiume. Ferite sanguinanti che, dentro, non si rassegnavano. Dolce e malinconica è la storia di Franco, bambino cresciuto tra le campagne toscane e ragazzo che, a quindici anni, già lavorava in una fabbrica di ceramica e non poteva accettare di fare quella vita per sessant’anni. Casa – fabbrica, fabbrica – casa. La bicicletta consegnò nelle sue mani il piccolo grande sogno di fare il ciclista: tra i suoi compagni era il più bravo e il ciclismo, forse, gli avrebbe permesso di uscire da quella routine che proprio non faceva per lui, cuore senza briglie. Non fu facile pagarsi una bici ma Franco aveva la testa dura e cominciò ad allenarsi sempre, ogni volta che poteva: all’alba, prima di andare in fabbrica e al tramonto e la sera, nell’oscurità delle campagne, con una torcia sul manubrio. E forse quella lucina gli sembrava una speranza in una vita che, altrimenti, sarebbe stata come le altre. No, non sarebbe stata come le altre l’esistenza di Franco Bitossi. Nemmeno come quella di ogni altro ciclista che comincia la corsa e la finisce: primo, ultimo o in gruppo. In corsa il cuore non regge alle irrequietezze di uno scatto, di un attacco: comincia a
battere così forte che sembra mordere. Mordere tutto, fino a scoppiare. E Franco è costretto a fermarsi a bordo della strada, tenersi una mano sul petto, dalla parte sinistra e cercare di calmare quella bestiola troppo vivace che forse l’avrebbe voluto placido operaio nella fabbrichetta di ceramiche. Succede molte volte:al Giro di Toscana del 1964 fu costretto al ritiro, alla Coppa Agostoni del 1966 i battiti veloci lo tradiscono più volte e al Lombardia dello stesso anno si ferma sul ponte di Lecco su imposizione di quel cuore dittatore. Anni neri, durante i quali Franco pensa di mollare tutto. Forse la bicicletta non fa per lui, forse è un gioco crudele, il suo: staccare il gruppo e poi doversi fermare, vederselo passare tutto quanto, accodarsi. Da primo a ultimo, rovinosamente.

Come il campioncino di F1 Sebastian Vettel, anche Bitossi è capace di rimonte clamorose ed è forse questo che lo aiuta a capire che il cuore, quelle fermate improvvise, quei pit stop obbligati non sono altro che un modo per spronarlo a dare tutto sé stesso. Franco è speciale: quale corridore potrebbe sopportare l’idea che tutta la corsa sia appesa al filo dei battiti, chi avrebbe la tenacia e il coraggio di attaccare, sapendo che, a ogni angolo, a ogni giro di curva, servirà una sosta? Allora, durante quel Lombardia deludente, fa una promessa a sé stesso: tornerà l’anno seguente.

Per vincerlo. Quando, dopo dodici mesi, sullo stesso ponte, in rettilineo d’arrivo, Franco sente che, dentro, quel bischero prova a scuotersi le briglie, tira dritto. E l’ultima corsa di stagione è sua. Il cuore è matto, ancora, sì. Ma questa volta di gioia.

Franco Bitossi è stato un grande campione. Col passare degli anni il cuore si è calmato e si è rivelato più forte di quello di molti altri, piegato dalle sferzate del freddo invernale, durante il ciclocross che lo divertiva. Spronato sulle due ruote, fino all’età di trentotto anni. Col passare degli anni Franco è tornato là, dove aveva coltivato il suo sogno da bambino, nelle campagne sulle sponde del fiume che conserva ancora il vociare delle giornate passate a pescare e il suo malinconico dolore. Forse lì, nei silenziosi e umidi inverni, potrà mettersi una mano sul cuore, ascoltarlo, dirsi che quel battito che adesso è cadenzato, una volta era sferzante come la pioggia sui campi riarsi. E forse penserà che non bisognava dare troppo peso a quel cuore pazzo. Succede, nella vita, di sentirsi i battiti fino in gola, come se stesse per scoppiare qualcosa. A volte è paura, a volte è solo felicità. In tutte e due i casi bisogna avere lo stesso coraggio, bisogna sempre andare avanti.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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