Lo so, non si parla di Giro, di Tour o di Vuelta. Non siamo tra gli impervi sassi del pavè e nemmeno sulle strade che sanno di mare, che portano a Sanremo. La Coppa Agostoni è, forse, una gara come un’altra ma, per me, ha qualcosa di assolutamente speciale. E non so dirmi il perché. Forse per quel sapore di terra di casa, per l’assieparsi dei brianzoli sulle salite, a trovare una chiazza di ombra, per dire: “Ariven”. Arrivano. Le macchine, le sirene, i fuggitivi, il gruppo e gli altri, quelli che soffrono per la consapevolezza di avere solo le proprie gambe per far arrampicare due ruote sull’asfalto rovente. E se si sta seduti, per un momento, prima e dopo il passaggio dei corridori, e si ascoltano le voci, si può ricostruire l’anima del ciclismo. Un’ anima semplice, fatta di gente che mangia pane e salame al crocevia di una salita, di incitamenti un poco in italiano e un poco in dialetto, di sedie sgangherate sotto una chiazza d’ombra. Un’anima genuina. E le cose genuine sono quelle che hanno più cuore.

E’ così che parlano le salite della Brianza e non importa se chi corre viene da molto lontano, ci si capisce ugualmente. Parlano di un passato fatto di terra, di cascine. Di contadini che per “vacanza” forse intendevano proprio quella cosa lì: sedersi a bere un bicchiere di vino e aspettare un passaggio. Voci, rumori di ruote, di borracce gettate. Un solo passaggio, pochi istanti. E poi di nuovo come prima. A seminare la terra, a dare da mangiare alle bestie. A lavorare anche sotto la pioggia, con il vento. Testa dura, i contadini. Testa dura, Emanuele Sella.

E’ partita sul Ghisallo la sua azione, assieme a Fortunato Balliani e nessuno, forse, si aspettava che la loro avventura durasse. “Ma sì” si sono detti tutti. “Manca Colle Brianza e pure la Sirtori. Li riprendono.” Un copione già scritto, forse, perché Sella ci prova sempre, non è brianzolo ma ha la testa dura, come quelli di qua. Parte, va all’attacco, non è il suo stile stare nella pancia del gruppo. Forse, però, quelle campane a festa dal campanile dedicato alla Madonna che protegge i ciclisti, lo hanno benedetto perché, nel caldo pomeriggio di agosto, Emanuele e Fortunato sono sempre stati assieme, da soli, sempre più avanti, a caccia di secondi. Il sudore, la sete, la stanchezza non hanno potuto niente su di loro e hanno portato le loro biciclette fino a Lissone, sul rettilineo d’arrivo. Sempre in coppia, sempre lontani dai loro inseguitori e, nel testa a testa finale ha prevalso il vicentino dell’Androni Giocattoli. Ha vinto il…No, non ha vinto il più forte. Ha vinto quello che ha avuto la costanza di tener dentro qualcosa, un’ultima energia, dicendo a sé stesso: “Sì, quella me la tengo per dopo. Per l’arrivo.” L’ha spuntata lui, Emanuele, che la testa l’ha sempre avuta dura, in bicicletta e forse nella vita.

Non ci sono più i contadini che lasciano la terra per mettere gli scarpini e correre in bicicletta e nessuno più chiama “vacanza” un passaggio di ciclisti. Ma è bello pensare che, in certi casi, il mondo si ferma quando sfilano le ruote leggere sull’asfalto, che, forse, torna anche un poco indietro e che se fossimo capaci di ascoltare di più, sentiremmo lo stesso grido di sempre: Ariven!

 

Leggi le emozioni della Coppa Agostoni 2011: CoppaAgostoni_2011_Miriam_Terruzzi

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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